Tono Zancanaro: la Grafica

A venticinque anni dalla morte il mondo che Tono aveva conosciuto è scomparso, sostituito da una realtà che non era in grado di immaginare essendo un uomo con una visione positiva della vita, che aveva basato il suo credo sull’uomo, sulla sua intelligenza e sul prodotto espresso da questa attraverso il lavoro; una delle frasi che usava con maggiore frequenza era “viviamo in tempi difficili”, lui che era passato attraverso il fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza.
Già con i disegni del ciclo del GIBBO aveva mostrato la sua avversità ad ogni forma di autoritarismo, riaffermata con forza anche con la successiva serie dei DEMOPRETONI, i cui contenuti sono ancora oggi talmente attuali e dissacratori verso l’autorità convenzionale e riconosciuta (anche della chiesa Cattolica) ed in buona parte preveggenti (contemporaneo Nostradamus) che risulta difficile esporli in una mostra.
Molto si è discusso e scritto sulla peculiarità artistica e umana di Tono, personalità per molti aspetti eccezionale ma contemporaneamente vicina alla dimensione più umana della “gente”. Per questo si conservano, accanto a numerose ricostruzioni biografiche, una moltitudine di racconti aneddotici: testimonianze utili a definire il profilo di un uomo che, con perseveranza e coerenza, riuscì a non essere coinvolto, citando uno dei suoi celebri scritti, «ai giochi dei clan, gruppi, estetiche, giri di mercato».
Tono, inscindibilmente persona e artista al servizio delle persone, attento in modo particolare ai “diversi”, agli emarginati, a quelli che Ottone Rosai (unico suo riconosciuto Maestro oltre a Piero della Francesca) definiva “i poveri”, ma con una visione diversa rispetto a Rosai che vedeva per gli emarginati il “regno dei cieli” in un’altra vita, mentre Tono voleva la riscossa attraverso il lavoro e l’impegno in questa. Tono identificava nella ragione lo strumento di lotta a ogni forma di sopraffazione, ed era sicuro che l’Uomo aveva il potere di scardinarla.
La ricerca del rapporto con l’Umanità, unita a un’insaziabile curiosità, lo spinse a viaggiare in tutto il mondo, spingendosi nel 1956 fino alla allora lontanissima Cina. Soggiorna spesso a Parigi dove si reca la prima volta per vedere l’Esposizione Mondiale del 1937 e vede Guernica di Picasso, con cui si incontrerà altre volte e farà uno scambio di lavori; a Parigi è a volte anche ospite di Leonor Fini. Viaggia moltissimo in Italia, particolarmente in Sicilia, a Capo d’Orlando che lo farà anche cittadino onorario (con altre sei città), ed cui carusi ispirarono, con la loro bellezza acerba ed ermafrodita, una splendida serie di ritratti molti dei quali conservati nella pinacoteca della cittadina intitolata allo stesso Tono Zancanaro.
L’apertura alle relazioni umane, l’essere libero da preconcetti per inclinazione e per scelta, permise a Tono di conoscere e intrattenere rapporti continui con le maggiori personalità della sua epoca, fra le quali ricordo Mino Maccari, Renato Guttuso, Alberto Moravia, Elsa Morante, Carlo Levi, ma soprattutto, lo condusse nello studio fiorentino del ricordato primo e unico maestro, Ottone Rosai, dal quale apprese l’importanza di una pratica artistica quotidiana. Da ciò una produzione incredibilmente ricca e versatile, in grado di cimentarsi, con sensibilità espressiva e attenta applicazione, nelle tecniche del disegno, dell’incisione, della pittura, della ceramica, del mosaico e della fotografia dove sperimentò varie tecniche dedicandosi particolarmente a realizzare sovrapposizione di scatti con soggetti diversi e geograficamente lontani. Un’abilità multiforme che non si è mai trasformata in un eclettismo anonimo, in virtù di una chiara caratterizzazione stilistica e grazie al proporsi insistente di soggetti e temi, da cui nacquero oltre agli importanti cicli del Gibbo e dei Demopretoni - rispettivamente antifascista e anticlericale – già citati , i carusi e le Mondine di Roncoferraro, nonché l’infinita galleria di figure femminili dalle Levane alle Circi alle Brunalbe alle Maselinuntee, Foscariane e Leopardiane. Importante anche l’apporto alla realizzazione di scenografie e costumi per i maggiori teatri italiani; ricordo qui solo “I due Foscari” per la Fenice, “la fiera di Sorocinsky” per la Scala, “La Cecchina” per il Politeama, “La Bohème” per Torre del Lago”, “L’incoronazione di Poppea” per il Teatro Comunale di Treviso.
Notevole, inoltre, il panorama di illustrazioni, realizzate nell’arco di trent’anni: fogli sparsi e infiorettature disegnate su libri già editi, interi corpus liberamente ispirati a opere letterarie classiche e contemporanee, dal Satyricon alla Divina Commedia da La guerra delle salamandre di Karel Čapek a La partigiana nuda di Egidio Meneghetti. Scrittori ai quali si era avvicinato da autodidatta e seguendo un percorso non lineare che, tuttavia, non gli impedì di vincere il primo premio per l’Illustrazione con le tavole della Gerusalemme liberata, in occasione della rassegna tassesca del 1954 a Ferrara. Riconoscimento a cui si aggiunsero l’assegnazione, nel 1943, di una sala personale alla Quadriennale d’Arte di Roma e, nel 1952, il primo premio per l’Incisione alla Biennale di Venezia con una lastra dedicata al lavoro delle mondine, una copia di questa incisione è conservata anche presso il Victoria and Albert Museum di Londra; altre opere sono presenti in molti musei e pinacoteche italiani (Museo Civico di padova; Loggetta Lombardesca di Ravenna; Gabinetto Disegni e Stampe di Santa Croce sull’Arno per fare tre esempi) e stranieri (Albertina di Vienna, Museo Pushkin di Belle Arti di Mosca, e altri): ulteriori conferme del valore di un’attività artistica durata oltre cinquant’anni.
Credo che la migliore presentazione per Tono sia in una sua autopresentazione, in uno di quegli scritti da lui definiti “AutoTono”, fatta per il catalogo della mostra antologica presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1972; scriveva Tono in quell’iccasione:
 “Sono stato e sono, si capisce, estraneo ai giochi dei clan, gruppi, estetiche, giri di mercato. Ma mai ho dubitato che se il gioco doveva costare la proverbiale candela, consista e consiste nella fiducia verso l’uomo e me stesso nel vivo della vita e della storia dell’uomo e dell’umanità. Essere magari l’ultimo anello, ma della catena che tiene legata l’umanità che io chiamo umana. Questa è stata ed è la mia resistenza di uomo prima di tutto, di artista infine. Forte come credo di essere per aver affondato le mie radici nel mondo ellenico, ultimo e primo approdo che non esclude davvero la grande civiltà e terra cinese, il nostro rinascimento, la recente storia dell’umanità che lotta per l’uomo figlio e padrone della ragione.”
Ciao Tono.
Manlio Gaddi