Tono: Viaggio in Cina

Tra i momenti più significativi dell’infaticabile ricerca grafica di Tono Zancanaro ci sono quelli dei fogli del viaggio in Cina, nel 1956, con la delegazione italiana al Convegno del Partito Comunista Cinese. La curiosità di Tono era insaziabile: una curiosità vivacissima e mobile, ma insieme capace di approfondimenti, di comprensione intima.

I suoi numerosi viaggi in Cina, in Russia, in Francia, in Sicilia e in tutta la Magna Grecia erano espressione diretta di questa curiosità, che gli nasceva e cresceva dentro più come un bisogno irresistibile di verificare l’identità umana a qualsiasi latitudine che per il desiderio di riscontrare e registrare diversità e novità. La sua sostanziosa umanità, la sua disponibilità, il suo affetto generoso e tenero, la sua straordinaria capacità di intuizione e di percezione psicologica gli davano quella maturità di giudizio penetrante al di sotto delle apparenze che è proprio delle più raffinate sensibilità d’artista e della più vera saggezza umana A qualsiasi esperienza esteriore e ’’turistica”, cioè costruita sugli emblemi scontati e riconoscibili immediatamente, anche in Cina Tono preferì cercare la ’’consonanza” emotiva, culturale, ambientale con la gente, con i giovani, con lo spazio di vita e con la natura, il paesaggio. Così, nei numerosi fogli cinesi non troviamo ’’monumenti” o ’’personaggi” ma persone e gesti di ogni giorno, cose del quotidiano, vedute di profonda comprensione somatica, ora emozionato abbraccio visivo di spazi in cui, misteriosamente, Tono sapeva fondere la rappresentazione oggettiva alla traduzione di sondaggi interiori, di spazi e di ritmi della psiche. Sulla scorta di queste considerazioni è possibile raggruppare i lavori cinesi di Tono in sette principali sviluppi tematici: a) i ritratti (prevalentemente dei giovani ’’pionieri” cinesi); b) gli studi d’ambiente (Shangaj, Pechino, villaggi, la muraglia cinese); c) i giardini e gli stagni con ninfee e fiori di loto; d) giocolieri e teatranti (poi ripresi in occasione della tournée del circo di Pechino in Italia nel 1957); e) sculture, oggetti, utensili; g)la lunga serie di ricalchi a pastello ’’dai 500 Budda del Tempio della Corsa del Tigre di Hang-Ciu”.

La grafia dei ritratti, rapidamente delineati a penna, o più definiti con la tecnica della china e pennello, riprende quella di volti padovani e dei ritratti familiari segnalando una sorprendente e ricca confidenza, Una capacità di contatto e di * autentica ’’simpatia” senza remore, una ’’continuità” di rapporto umano che come sempre negli artisti più sensitivi, tocca la sostanza dell’essere, i caratteri fondamentali dell’umano. Più che di penetrazione psicologica come scavo dentro i ’’segni” individuali si tratta di una piena adesione emozionale che restituisce l’immagine in una fisicità morbida, sensuale, ricca di tenerezza affettiva, espressa soprattutto negli occhi, nelle bocche carnose, nei ritmi delle linee curve, nelle ombreggiature dei volumi in cui - nella tecnica della diluizione della china a delicati tocchi di pennello, della quale Tono era insuperabile maestro - i dati somatici si sciolgono in atmosfere di vellutata sensualità, fluide e palpitanti

insieme. La struttura dei volti richiama sempre i caratteri tipici degli autoritratti di Tono, quasi che egli ogni volta riscoprisse negli altri i tratti di sè, e, soprattutto, i connotati della propria giovinezza.

’’...Figure e paesaggi - scriveva Dario Micacchi sull’Unità, a recensione della prima mostra di Zancanaro in cui apparivano i lavori cinesi - hanno un tono così naturale, quasi che li conoscesse da sempre, così come conosce le strade e la gente di Padova, le risaie di Roncoferraro e le terre paludose del Polesine. Solo che in queste immagini della Cina ha toccato una serenità che mancava sinora alle sue opere italiane: conciliato con la natura nei paesaggi, avvinto da quel sorriso che è nei volti dei fanciulli e delle giovinette, degli operai e dei contadini”.

Gli scorci d’ambiente, la grande muraglia, le strade di Pechino, le vedute di Shangaj, i villaggi, hanno un che di gioioso nel contrappuntato ricamo grafico di insegne, scritte e decorazioni di tetti, nell’aprirsi in ampi slarghi verticali che testimoniano la piena conquista e la perfetta libertà di modulazione e variazione della composizione prospettica, da un lato adeguata alla percezione orientale dello spazio pittorico, ma anche già attenta alle proposte delle dilatate campiture di sospesa meditazione proprie di Ben Shahn.

Le grandi foglie di ninfee e i fiori di loto sono tra i soggetti più cari e tra i più frequenti di Tono, anche per molti anni dopo il rientro dalla Cina. I loto del lago Hang-Ciu hanno una ’’carnosità” sensuale inquietante, colti nel loro serrarsi e schiudersi in atmosfere notturne rischiarate da argentei bagliori lunari.

Magici effetti di visionaria restituzione Tono ha ottenuto con i numerosi ricalchi a pastello delle formelle in pietra delle grotte dei 500 Budda di Hang-Ciu: gioviali e rasserenanti figure ricche di umore ironico e di gioia esistenziale, che Tono avvertiva fortemente contagiosa, profondamente collegata sia alla cultura antica quanto alla vita quotidiana della Cina. Nel ritmo incalzante delle figure e dei volti c’è un’evidente teatralità di gesti e di espressioni, intesi, senza dubbio, all’esorcizzazione del male per forme recitative, ma anche alla partecipazione, al colloquio, al desiderio di festa, alla danza di vita. Ammirazione fino all’incantamento Tono provava per gli attori e per gli artisti del circo, per le maschere recitanti, per le straordinarie danze dei nastri rossi e per gli esercizi acrobatici nei circhi, in cui si esprimevano grazia ed abilita individuale eleganza raffinata nei secoli, gioia del gesto sempre evocativo del più delicato naturalismo, filosofia di vita maturata e trasmessa di generazione in generazione. “Il gesto cinese - diceva Tono - ha 5000 anni: lo si vede dalle danze, da come lavorano la giada. Certi pezzi richiedono anche due anni di lavoro con tecniche antichissime, più complesse e più filtrate delle occidentali. Anche il segno della grande pittura cinese è limpido; c’è anche quando non si vede, ed e insieme più astratto e più caldo del nostro”.

Questa capacità di astrazione poetica del gesto e del segno, l’aerea espressività dei movimenti e delle grafie scritturali e pittoriche entusiasmava Tono, il quale mi confessò che per molti giorni, arrivato in Cina era rimasto a guardare senza fare un segno, attento a non lasciarsi “prendere dagli aspetti esteriori del folklore”, cercando la gente, ”i vecchi, monumenti di saggezza e di solitudine”,

i pionieri, fieri ed energici, i contadini che “nelle risaie a 30 chilometri da Pechino ripetevano i gesti delle nostre mondine”.

Protagonista assoluto del lavoro di Tono, anche in Cina, resta l’uomo, l’intelligenza, la laboriosità, il sacrificio, l’arte di chi affronta la quotidiana vicenda e sa vincere con la fantasia e con l’opera, con il sogno e la creatività le frontiere del contingente, i confini temporali e spaziali.

Nei draghi minacciosi, nei leoni custodi dei templi, nei vasi a tripode dalle forme tonde e maternamente sensuali, negli utensili, nelle anfore, nelle ceramiche a forma di anatra o di scimmia, nelle sculture delle grotte che ospitavano antichi templi buddisti, Tono ha sempre cercato la mano e il pensiero dell’uomo, con amore straordinario per ogni traccia d’intelligenza e di poesia capace di trascendere e di trasfigurare la realtà stanca e ripetitività banale. Il Tono che più volte aveva affrontato con le sue straordinarie chine i temi del Polesine, dell’allusione con le surreali interminabili distese d’acqua sui campi, e poi delle mondine della bassa mantovana (Roncoferraro), trovava in Cina un mondo rurale con molte affinità con quello intimamente conosciuto, e che le migliaia di anni di civiltà non avevano mutato nell’essenza né nella sostanza dei rapporti. Di qui, certo, proveniva la confidenza che Tono trovava in sè nei confronti del popolo cinese, il suo muoversi a proprio agio in un ambiente per certi versi così differente da Padova e dal Veneto: una confidenza che riconosceva ed esaltava gli universali caratteri di un’umanità con radici e tradizioni profondamente piantate nella terra, nutrite dalla terra. Ma Tono, con acuta, sorgiva e insieme colta sensibilità d’artista, trova nel viaggio in Cina soprattutto ”un paesaggio di meraviglie, dove nulla del passato è distrutto, sepolto, e l’ansioso fluire della nuova civiltà si innesta all’antico, germinando un rinnovato e sociale progredire”. Si rafforza in Tono un sentimento della cultura come ineliminabile e inesauribile patrimonio permanente che il tempo non scalfisce, in quanto patrimonio di sempre che si rinnova e si esalta ogni volta che si pone l’uomo e la sua originalità al centro dell’attenzione e dei valori esistenziali. I viaggi in Magna Grecia, la trasfigurazione dei Pionieri e dei Carusi nell’emblema dell’anima adolescente, la contemplazione della tenerezza femminile come mito lunare dell’origine dell’essere e del rinnovarsi costante dell’eros, dell’amore, della creatività del sogno, guidano poi Tono alla riscoperta della cultura ellenistica e all’emozionata contemplazione di un immersione panica in cui la sensitività si arrotonda e diventa percezione della sostanziale armonia del flusso vitale in cui ogni essere è coinvolto e si riconosce.

Giorgio Segato