Tono la Sicilia

Con il trascorrere degli anni, è diventata in Sicilia mito e memoria la figura di Tono Zancanaro, il pittore veneto che nell’isola mediterranea aveva trovato l’antica bellezza classica. A 78 anni, un anno prima della sua scomparsa avvenuta a Padova il 3 giugno del 1985, Tono (così veniva chiamato da chi lo stimava e lo frequentava) si sobbarcò al lungo viaggio dal Veneto fino alla Sicilia per non mancare all’inaugurazione di una sua mostra antologica organizzata dagli amici nella biblioteca comunale del piccolo comune di Canicattì, in provincia di Agrigento. In realtà, per il maestro di Padova quello costituì un ennesimo pellegrinaggio sentimentale nella terra che costituiva un preciso punto di riferimento della sua arte.
Ero tra gli amici di Tono che raggiunsero Canicattì in un freddo pomeriggio invernale per restare un po’ con lui, per prendere parte alla festa che ogni volta la sua presenza e le sue opere suscitavano. E basta socchiudere gli occhi per risentirlo vicino con la barba bianca incolta da patriarca, l’occhio ammiccante, spregiudicato e anticonformista e non soltanto nel vestire, di pronta arguzia veneta. L’artista apparve quella sera con una lunga sciarpa di seta rossa al collo, come nel ritratto che tanti anni prima gli aveva dedicato il suo amico Carlo Levi, appoggiato ad uno dei bastoni della sua straordinaria collezione.
Naturalmente anche quella volta - fu I’ultima visita di Tono alla sua Sicilia - il pittore volle sostare a Capo d'Orlando e a Selinunte, luoghi privilegiati dei suoi incontri con «I’umanità e la classicità» (ripeteva spesso queste due parole) dell'isola.
Ho ricostruito più volte l’itinerario siciliano di Tono Zancanaro, ma adesso posso aggiungere episodi e particolari inediti derivati da due con¬versazioni con Tono registrate nella sua casa di Porta Savonarola, a Padova, nell’ottobre del 1982 e nel maggio del 1983. Si tratta di due interviste, volutamente incentrate sui rapporti dell’artista con la Sicilia, utilizzate in passato solo parzialmente e che ora ho riascoltato con emozione prima di accingermi a scrivere.
Tono si recò la prima volta in Sicilia nel 1938, quando aveva 32 anni, per partecipare ad una mostra. Nato nel 1906, quinto di sei figli del meccanico agricolo Natale Zancanaro, Tono era già pittore sicuro di sé. Aveva cominciato a dipingere poco più che ventenne dopo aver fatto il servizio militare a Torino ed aver lavorato per tre anni in una banca di Padova. Nel 1937 era stato a Parigi ed aveva fatto a Padova la prima mostra personale tenuta a battesimo da Ottone Rosai il cui studio fiorentino il giovane artista padovano aveva frequentato con una certa assiduità con l’ansia di apprendere. In quegli anni, con l’orecchio attento alle voci della cultura figurativa europea, Tono (che si definiva un operaio votato definitivamente alla pittura) si impegnava in ritratti di famiglia e in autoritratti e dimostrava simpatia per la povera gente che coglieva nei portici della sua città, nelle sale d’aspetto di terza classe della stazione ferroviaria oppure in treno.
Nel 1938 raggiunse dunque la Sicilia un artista desideroso di esperienze nuove ma soprattutto alla ricerca della classicità. Quel lontano incon¬tro con il Sud venne cosi ricordato: «La prima incredibile sensazione l’ebbi dal viaggio in treno da Messina a Palermo Compresi in quelle ore il segreto di luce, di mare, di terra, di quel mescolarsi forte ed aspro degli elementi. E l’approfondirsi del contatto ebbe ulteriori tappe nello studio delle sculture di Selinunte - nel Museo Ar¬cheologico di Palermo - e negli innumerevoli viaggi, tanti che non si possono più contare, che feci dopo. Ma fin dal primo viaggio la Sicilia di- venne la mia Grecia».
Al concetto di grecità, e all’armonia del mondo classico, Tono Zancanaro, dopo quel primo rapido giro di orizzonte, si accostò nei primi anni del dopoguerra - diciamo, dopo il 1945 - allorché amava recarsi a Ferrara per soffermarsi ad am¬mirare, nella Pinacoteca Nazionale di quella città, «soprattutto le pitture di scuola ferrarese del Quattrocento». Fu così che Zancanaro si incantò, nelle sale del Museo archeologico, davanti ai numerosissimi reperti provenienti dalla necropoli di Spina. Come si sa, nel corso di fortunati scavi, iniziati negli anni Venti e portati a termine una decina d'anni dopo in valle Trebbia presso Comacchio, vennero portati alla luce i corredi funerari di oltre quattromila tombe. Un materiale immenso costituito in massima parte da vasi attici a figure rosse del quinto secolo avanti Cristo di grande bellezza e di indiscusso valore artistico. Tutti i miti dell’antichità sono rappresentati nei crateri, molti dei quali dipinti da maestri dell’arte vascolare. Un mondo vivo balza da quella ceramica che ha dormito per millenni tra i morti. C’è Ercole impegnato nelle sue estenuanti fatiche, vi sono divinità ed eroi, satiri e guerrieri, danzatrici e sacerdoti, matrone e teatranti. Questi reperti, testimonianza degli intensi rapporti degli Etruschi con i paesi mediterranei ed i loro abitanti, diedero a Tono Zancanaro la misura della classicità come esempio inimitabile di bellezza eterna, come modello perfetto da perseguire nell’arte e nella vita.
Il primo tuffo nella Sicilia autentica Tono lo fece nel 1955 quando si recò a Capo d’Orlando, sulla costa tirrenica della Sicilia, per partecipare alla mostra «Vita e paesaggio di Capo d’Orlando», una rassegna d’arte che nel corso degli anni avrebbe acquistato notorietà nazionale, ma che allora era agli esordi. Tono non si limitò a produrre il dipinto o i dipinti richiesti. Si innamorò del luogo e soprattutto della vasta spiaggia solitaria di sabbia fine sulla quale venivano poggiate barche variopinte tirate a secco e le reti dei pescatori. Vi rimase perciò a lungo Lo interessavano i ragazzini «dalle testine come  di sculture greche» che, incuriositi, gli si affollavano attorno mentre lui dipingeva in riva al mare in calzoncini corti e con uno sgraziato cappellaccio di paglia in testa che lo proteggeva dal sole rovente del primo pomeriggio.
Tono veniva chiamato «l’uomo dei gelato» perché i coni - che allora costavano venti lire l’uno - l’artista li regalava ai ragazzi per farli stare buoni mentre posavano per lui. Nacquero così i primi carusi ritratti con magistrali effetti di chiaroscuro con il carboncino o realizzati con linee essenziali utilizzando la penna ad inchiostro di china. Questi efebi, dalla bellezza antica e da profilo greco, contrassegnano un momento non trascurabile dell’iter siciliano del pittore veneto.
Trent’anni dopo, nell’estate del 1982, Tono ritornò a Capo d’Orlando per ricevere la cittadinanza onoraria da una comunità grata all’artista che aveva messo a disposizione dell’amministrazione comunale una ricchissima galleria di carusi. Venne allora inaugurata una mostra antologica, rappresentativa della vocazione mediterranea dell’artista, nella quale erano esposti paesaggi marini di Capo d’Orlando rabbuiati dalla burrasca o colti nell’aperta luce del sole.
Erano luoghi amati da Tono che li aveva dipinti e costituivano punti fermi di una personalissima geografia dei sentimenti.
E tuttavia i carusi rappresentavano per lui l’invenzione più gratificante. Proprio in quella occasione, Tono rivide, ormai cresciuti, i carusi della sua ricca tavolozza. Mettendo da parte il consueto tono ironico, si abbandonò alle riflessioni: «Guardando questi ragazzi - disse rivolgendosi agli amici che gli stavano accanto - ebbi la rivelazione del tipo umano di estrazione classica. Stare qui, lavorare qui, mi diede il senso della concretezza del mio interesse per la scultura di matrice greca. Gli adolescenti che ritraevo mi davano la conferma di quello che andavo trovando nei musei di Siracusa, di Agrigento, di Palermo: una somma di umanità e storia». E come per concludere, parlando a se stesso: «Si, certo, sono partito da Capo d’Orlando e sono arrivato a Selinunte».
«Arrivare a Selinunte» significava per Tono ap¬prodare ad altre figure di uno stupefacente uni¬verso grafico, alle Selinuntine . donne dai grandi occhi sospese tra classico e barocco, che facevano parte di un vasto affresco popolato di Aelle. Levane. Brunalbe. Poppee Cecchine. Foscariane, Leopardiane e altre creature femminili ispirate dal teatro, dalla letteratura o dalla vita, ma, senza dubbio, il frutto maturo dell’immaginario zancanariano.
La Sicilia di Tono non si esauriva tuttavia con la «caruseria» di Capo d’Orlando e con le donne cariche di passato incontrate dal pittore tra le pietre dei templi abbattuti di Selinunte. Stare in Sicilia significava per Tono visitare l’isola di Mozia, pugno di terra solitaria nelle pigre acque dello Stagnone di Marsala che fu una città-stato e caposaldo della potenza punica nella Sicilia occidentale. Significava soffermarsi a Bagheria, presso la villa di don Ferdinando Francesco Gravina principe di Palagonia, per studiare le grottesche figure di tufo che a Goethe sembrarono frutto della «stravaganza» dell’aristocratico palermitano. Tono, che sentiva la bellezza classica, a Bagheria venne sedotto dall’anti-bellezza degli «aborti di bizzarra e folle fantasia», per dirla con il marchese di Villabianca, il più attento diarista del Settecento isolano. Alla fantasia del principe si aggiunse la scatenata, dirompente inventiva di Tono. Nacquero così i «mostri palagonesi», parenti in qualche modo dei Gibbi, un intreccio di creature infernali, ridondanti e barocche, pronte ad azzannare con i loro denti aguzzi, a spazzare via tutti con le code di draghi impazziti. E sullo sfondo talvolta figure femminili alate, ma con le corna. Una serie inesauribile perché Zancanaro era in grado di disegnare per ore offrendo versioni sempre diverse del soggetto che lo interessava in quel momento creativo.
Viene la voglia a questo punto di ricordare le tappe di un lungo sodalizio umano, gli incontri con Tono a Padova e in Sicilia, la generosità del suo cuore, l’estrema sensibilità di un artista che aveva saputo dialogare con il mondo nel corso di una vita interamente dedicata alla pittura. E quindi il pensiero corre ai fantasmi siciliani dell’artista veneto, al suo colloquio intenso e viscerale con la Sicilia e i siciliani che l’artista conosceva e con i quali si manteneva costantemente in contatto.
Di Antonio Uccello, il paziente raccoglitore di tante testimonianze del mondo contadino siciliano, Tono divenne amico fin dai primi viaggi nell’isola. Documento di questa amicizia è una incisione del 1967, tirata in soli cinquanta esemplari, che riproduce teneri versi di Uccello dedicati al mese di marzo, al miele ibleo conosciuto anche dai coloni romani e alla «dolcezza delle notti quando l’aria matura primavera». Tono chiuse le parole della poesia dentro una cornice esemplare fatta di visi angelici accostati, stelline vaganti e spicchi di luna.
Leonardo Sciascia, grande collezionista di grafica, ammirò subito l’arte di Tono e lo frequentò per molti anni. Fece anche uno strano accordo con l’artista, probabilmente sconosciuto ma rivelatomi dallo stesso scrittore. In base a questo accordo, Tono inviava a Sciascia una copia di tutte le sue incisioni e Sciascia le pagava, simbolicamente, mille lire l’una. Era un modo di mantenere nel tempo un rapporto di simpatia e di reciproca stima.
A Palermo Tono incontrava tanti altri amici: Enzo Sellerio, fotografo ed editore, che oggi confessa di avere pianto alla notizia della sua morte; il pittore Michele Canzoneri che spesso lo ospitava a casa sua; l’archeologo Vincenzo Tusa che accompagnava l’amico a Selinunte e lo lasciava per ore - come era suo desiderio - tra i ruderi dando disposizione ai custodi di riceverlo in qualsiasi momento nella casa della Sopraintendenza, un luogo famoso nella parte più alta del parco archeologico che aveva accolto personalità e studiosi ed anche il Kaiser di Germania.
A Palermo Zancanaro arrivò anche nel 1975 invitato dall’Ente del Teatro Massimo e qui preparò scene e costumi per la Cecchina la buona figliola dell’autore settecentesco Niccolò Piccinni. Lavorava in uno stato di grazia assieme al nipote, il musicista Sylvano Bussotti. Era dunque in gran forma allorché creò la Cecchina , donna frizzate e rococò, al ritmo della musica sensuale e barocca di Bach che il pittore tanto amava e che costituiva per lui una fonte perenne di ispirazione.
Nel suggestivo e vario affresco zancanariano la Cecchina ebbe un posto preciso che fu per Tono quello di una creatura siciliana. Alla Sicilia è stato sempre dedicato uno spazio nelle mostre dell’artista padovano A Mirandola - dove nel 1987 si svolse il primo seminario di studi sull'opera di Tono -, a Cesenatico e a Ravenna, il figlio adottivo del pittore, Manlio Gaddi, ha organizzato mostre di Zancanaro con «sale siciliane».
In esse erano condensati tutti i fantasmi alimentati in Tono dalle suggestioni classiche. Il piatto forte era costituito dai «carusi» di Capo d’Orlando, ma c’erano anche i paesaggi di quella zona della Sicilia ricca di scenari marini. In questo spazio espositivo si trovavano il cartone di Selinous Akreide e un inedito disegno del 1969 che raffigurava La Bella Mozia, un giovane ermafrodito sullo sfondo dello Stagnone di Marsala. In complesso, una testimonianza di quell’amore intenso che Tono nutriva per la Sicilia e la sua materia artistica, per i suoi miti e per le persone che conosceva e frequentava. Quando gli chiesi. «L’esperienza siciliana cosa costituisce per te?», Tono rispose prontamente, con estrema semplicità e sincerità:
«È l'aria che respiro. La Sicilia, come la Grecia antica, è veramente come la metà della mia città: Padova fa parte del mio sangue, la Sicilia l’ho nel cuore, nella testa, nelle mani. La Sicilia l’ho sempre davanti agli occhi, quindi mi sembra di esserci. Fa parte - come Padova - della mia vita. Un tempo quando mi recavo in Sicilia per me era sempre una emozione grande. Oggi costituisce un fatto naturale, rientro a casa mia».
È la nota più alta ed autentica di un grande artista che aveva colto dovunque (anche in Cina) immagini del grande teatro del mondo e che in Sicilia aveva trovato una struggente ispirazione poetica.