RICHIAMATI E RECLUTE NELLA PRIMAVERA 1939

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TONO ZANCANARO soldà sensa s'ciopo. Ferrara, Gabriele Corbo, 1990.

Sul sedile di legno di un vagone di terza classe l'accelerato in corsa fa oscillare ritmicamente, da destra a sinistra, in alto e in basso, il militare addormentato. Una luce sporca piove sul grigioverde, sulla bustina cacciata indietro, sul naso rincagnato. Prigioniero di un sonno senza abbandono, non rilassante, il suo volto mostra pieghe di amarezza, di disgusto. Il ritratto del povero soldato in treno precede poco meno di un anno il richiamo alle armi dell'artista trentatreenne Tono Zancanaro, assegnato, nella primavera del 1939, alla caserma di Castelmaggiore in provincia di Bologna, sulla linea Venezia - Firenze. Dipinto a olio su carta è firmato in alto, a sinistra: 7 giugno 39, più sotto spostato leggermente sulla destra, 76 Tono. I1 numero 76 è ripetuto sul berretto, le spalline, le mostrine. In centinaia e centinaia di disegni e incisioni, per molti anni, la firma di Tono sarà indissolubilmente unita con questa cifra. Il fatale 76, se si sommano il sette e il sei, nasconde, scaramanticamente, il numero immediatamente superiore al 12. Giugno è il sesto mese: la fedeltà di Tono ai due numeri nasce dalla vitale volontà di difendersi dal malocchio iettatorio che potrebbe minacciare la felicità di quel sette giugno, quando incontra Volga, amata cassiera di cinema, la sua prima ispiratrice femminile. I1 caro nome sarà più volte invocato. Immedesimandolo col grande fiume russo, lo scriverà, in basso, sulle pareti in primo piano delle due case di Vicolo San Marco, separate dall'ansa sinuosa della strada, in un dipinto del 1940. Lo ripeterà, in alto, nella mirabile acquaforte 'Le Cupole del Santo', sulla parete di una casetta, tra il fitto degli alberi, nel 1942, probabilmente senza riferirlo, ma, misteriosamente, associandolo, nella visione di ognuno, alla battaglia di Stalingrado. Forse Volga è la donna di un ritratto del 1939: il bavero spruzzato di neve, chiuso da tre bottoni di legno con una croce in mezzo, davanti alle case giottesco rosaiane, coi tetti e le terrazze coperti di neve e, verso terra, gli intrecci di steccati divisori dei cortili che anticipano i piccoli tagli e le crocette delle incisioni. I1 paesaggio invernale corrisponde allo stato d'animo del richiamato subito dopo l'invasione italiana dell'Albania, l'occupazione tedesca della Cecoslovacchia, la vittoria franchista in Spagna. Nella primavera del 1939 pare ineluttabile il trionfo della barbarie nazista e fascista. In caserma Tono, afflitto per l'interruzione del suo lavoro di artista che si sta affermando, per l'arresto di Curiel, la separazione dagli amici, la paura della guerra, è vittima di frequenti dolorosi crampi allo stomaco, spia del malessere per Lo stato in cui si trova costretto, ma dal quale è profondamente ansioso di uscire. Agli assalti di affannosa oppressione reagisce disegnando, cercando di ritrarre, di raccontare il succedersi delle proprie esperienze visive. I disegni fissano momenti, episodi, atmosfera della vita in comune di reclute e anziani, di una condizione umana italiana povera, malridotta, impacciata. Richiamati e giovani coscritti non hanno niente di marziale. Nulla sembra poterli accomunare con quell'Italia "maschia e guerriera" che Mussolini credeva di aver creato. È vero che sono del Genio, arma a cui competono solo servizi tecnici, ma, ugualmente, la penna di Tono li sorprende in moti e atteggiamenti senz'altro estranei allo stile militare. Estraneità che fa sentire ancor più odioso lo stato di inferiorità, la sottomissione, l'obbedienza e l'ossequio ai superiori, che si riassume nella voce carica di imprecazione e rassegnazione: essere sotto la naia. La parola antico veneta, sinonimo di stirpe, razza, dopo la grande guerra del '15 '18, equivale a servizio militare, disciplina, appartenenza a un'altra specie. Tono con pochi, rapidi tratti sintetizza la vita in caserma, in camerata, in cortile, in piedi, seduto, sdraiato del soldato, del non graduato. Le fini linee d'inchiostro ci invitano a partecipare alle varie azioni che formano il "dramma del divertimento satirico" verso il quale Tono si andava muovendo già dal1937 con l'invenzione del Gibbo, della Gaetana, di San Gibbon. L'antieroe, il povero, il rassegnato, il rovescio del culto militare della forza, della durezza, del sogno di un'umanità impettita e superba, è l'evidente, tangibile sostanza di ogni figura non fiera e scattante, ma dimessa, "terribilmente" pacifica. Il soldato schiantato dal sonno è massa anonima, generica, informe, rannicchiata sulla branda, le gambe strette dalle fasce, i tacchi e le suole degli scarponi punteggiati di chiodi. In terra su un pancotto, simile a un asse di equilibrio, testa e cucchiaio dell'uomo in divisa si curvano sulla gavetta del rancio. Il moto è lento, greve, ma non privo di dignità. L'edificio dove sono alloggiati, una grande casa bolognese a due piani col tetto alto e inclinato perché vi scorran le acque, e non si depositi la neve, è più casa di campagna che caserma. Le canne alte che sporgono dal mucchio di fucili in mezzo al cortile non sono armi da guerra, ma un covone di spighe di grano. L'occhio di Tono riprende, ritrae, interpreta una diffusa, silenziosa, assurda speranza di evitare la guerra, la velleità di veder segni di pace là dove, male, si preparava e si faceva la guerra. Un'aria di stanchezza, di abbattimento, di fatalità, ma anche di oscura energia percorre questi disegni, documento diretto di un'epoca, la più negativa della nostra storia: quella delle dittature totalitarie. Il dittatore non si mescolava con la gente comune anche quando – con l'orribile espressione corrente   faceva frequenti "bagni di folla". Il dittatore sta in alto. Non vede mai la faccia di nessuno. Sente solo applausi e grida di entusiasmo. Non può amare l'arte perché ha paura della verità. Per capire qualcosa di quel tempo di ferro e di fuoco ci soccorre anche l'angolo di mondo infinitamente piccolo di vecchi e giovani militari italiani che vagano smarriti e inerti, tragicamente buffi, nei mesi che precedono la grande catastrofe, colti dall'acuto, partecipe segno dell'artista Tono Zancanaro, richiamato alle armi nella nera primavera del 1939.