L'opera del Tiziano a Padova

Pubblicato in:
Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980. (codice 5/11)

5Nell'infaticabile e portentosa opera della sua lunghissima vita, Tiziano ebbe modo di lasciare anche nella nostra città il segno indubbio del suo genio pittorico; come hanno fatto quasi tutti i maggiori pittori veneti, oltre che Giotto, Donatello, Filippo Lippi, Paolo Uccello e Piero della Francesca (per limitarci ai più importanti), che sicuramente hanno operato nella nostra città, anche se le loro opere sono pressoché scomparse tutte.
Ma non solo Tiziano ha operato molto a Padova, (sia pure con la sua bottega, o scuola, sì che la più parte delle pitture é lavoro del Campagnolo, del Gualtiero dal Santo, o di Stefano dell'Arzere) ma ha dipinto autentiche «decorazioni» murali, lui che può considerarsi l'artista individualista del suo tempo, forse il solo e il primo pittore da cavalletto del suo tempo (se, come si deve, dobbiamo considerare decorazione murale anche le poderose tele con cui Tintoretto copriva poi le grandi sale, come per esempio la scuola di S. Rocco in Venezia).
Nella scuola del Carmine, che ha avuto distrutto il soffitto dalla guerra attuale, nelle decorazioni di questa scuola c'é indubbio il segno della presenza di Tiziano, comunque dei suoi allievi e aiuti diretti. E così nella scuola di S. Rocco, in via S. Lucia, tutt'ora chiusa per un restauro che si trascina ormai da troppo tempo.
Nella scuola di S. Rocco, quasi tutta decorata dagli allievi o aiuti di Tiziano, c'é non meno che altrove il segno della mano del maestro, almeno in due affreschi, senza dire di uno, forse il primo dipinto nella Scuola che potrebbe essere un segno giovanile del futuro genio del colore.
Ma non é tanto di queste cose minori e marginali che vogliamo parlare, né dei probabili Tiziano del nostro Museo Civico (con la girandola di attribuzioni più che mai in moto e giustamente magari, non é cosa facile attribuire opere di stile medio anche se di alto valore).
Nella scuola del Santo, del resto, c'é abbastanza materia per poter affermare che la nostra città possiede almeno in un affresco (il solo, del resto, che non abbia subito deterioramenti almeno visibili) uno degli autentici capolavori di Tiziano.
Ma più singolare ancora sembra a noi, il risultato raggiunto da Tiziano in quest'opera murale anche nella tecnica e nella «materia». Non é pittura a fre¬sco (tecnica questa che é come all'antitesi del mondo pittorico di Tiziano), e tuttavia é decorazione murale nel senso più preciso: qui Tiziano é ricorso a una tecnica complicata che ricorda molto l'encausto dei pittori pompeiani, tecnica capace di permettergli timbri e sonorità pittoriche non inferiori a quelle, famigliari per lui, delle pitture a olio, ed ha portato a compimento l'opera nel modo più lusinghiero. E da credere che questo della Scuola del santo sia il solo saggio di pittura veramente murale di un Tiziano che fuori della pittura da cavalletto sembrava smarrirsi del tutto. Quattro certamente sono gli affreschi di mano di Tiziano, nelle scuole del Santo, e altri due, con cartone suo, sono probabilmente di mano di allievi o aiuti.
Appena entrati, quasi figure vere collocate alla base stessa del muro, e col compito, sembra, di accogliere i visitatori, Tiziano ha dipinto due «fratelli» che distribuiscono pani, quasi sotto un altarino cui due poderosi putti tengono aperti in doppia diagonale i due tendaggi rossi. Pittura questa, a dire il vero, di non grande forza pittorica: nei due fratelli, uno addirittura in atteggiamento patetico, freddi e quasi inerti come sono (« in posa », Si direbbe ora) sembra che Tiziano si sia messo in gara con se stesso per essere «bravo», per tare i due frati assolutamente veri in ogni minimo particolare... Così per la «statuetta» del Santo, come di marmo, posta fra i due baldi putti che, i soli in questa pittura, hanno accenti di indubbia forza plastica. Ma viene, giusto sopra i due fratelli, la prima figurazione, e la prima forse che Tiziano ha dipinto per la Scuola.
A sostenere un coro circolare, complesso e intenso di figure, uomini e donne variamente e superbamente alternate (una vetrina stupenda di ritratti) Tiziano ha posto sulla sinistra l'angolo di un palazzo, con l'immancabile statua eroica, veramente eroica, e nel rimanente spazio un'apertura di paesaggio, e un poggio con alberi, dal colore cantante, che chiude la storia sulla destra.
Nel paesaggio vi sono tracce, se vogliamo, di tonalità giorgionesca, ma l'opera rimane come una poderosa figurazione del più grande Tiziano.
C'è ancora, in continuazione a questo affresco, la storia dell'avaro non attribuita a un allievo o aiuto del Tiziano, e tuttavia l'avaro morto e così terreo sul letto, e il coro di «curiosi », e la poderosa apertura del paesaggio fra il colonnato d'un superbo palazzo denunciano a usura che almeno il carbone, di questo affresco, é opera di Tiziano.
Ancora due affreschi sono attribuiti a Tiziano, nella parete sinistra, entrando, e uno diviso in due (non é nella natura di questa nota dire delle altre pitture che fanno anche loro uno stupendo gioiello della piccola scuola del Santo, che anche nel soffitto, a casset¬toni, non é meno prezioso).
Il miracolo del bimbo cascato nella pentola d'acqua bollente, e del Santo che lo risuscita: due storie, queste, che il tempo ha molto danneggiato, mentre d'altra parte solo nella donna curva sul bimbo morto nella pentola si sente evidntissimo il segno della mano del maestro, e non tanto nel colore quasi distrutto dal tempo quanto nella pode¬rosa struttura della donna.
Nella storia che segue, del piede riattaccato dal santo, abbiamo un'altra pittura di livello artistico decisamente alto. Attorno al giovane dal piede tagliato disteso a terra ancora un coro stringato e poderoso di figure, di umanità attenta e preoccupata per la sorte del giovane ferito.
Nell'unità e rigore plastico e pittorico che unisce come in un filo invisibile tutti i personaggi della scena, Tiziano non dimentica di darci anche tutta una serie di stupendi ritratti individuali, tanto sono le persone presentate; e ognuna, uomo o donna, col segno inconfondibile della sua personalità.
Ancora si può notare, infine, su questo affresco, che il paesaggio ha tonalità fresche, cristalline e limpide, e per la «costruzione», decisamente giorgionesche, da ricordare la struttura della giovanile quanto famosa pala di Castelfranco.
Ed eccoci, all'opera più importante. Vogliamo dire qui dell'Uomo che pugnala la donna, racconto che si sviluppa, a mò di narrazione multipla, nel miracolo del Santo che dimostra, all'inginocchiato marito, l'ingiustizia del suo gesto insano.
E questa pittura, un capolavoro fra i più alti del maestro veneto. E con Giotto, Donatello e ciò che é rimasto del Mantegna, é certamente quanto di più prezioso possieda la nostra città.
Ed é un'opera tanto più interessante in quanto si tratta di una pittura murale: fatto certamente non di poco conto, questa della tecnica murale, anche se si tratta di encausto, o simile, e non affresco come é per i toscani, o per il Veronese delle grandi decorazioni murali di Maser e altre Ville palladiane.
Contro un monte di peso e proporzioni sovrane (e, sovrapposto, l'immancabile albero ricco del verde intenso delle foglie), ma come obliquo nella struttura, Tiziano ha posto l'uomo nel gesto drammaticissimo del pugnalare (le prodigiose linee bianche e rosse del suo vestito sembrano moltiplicare all'infinito il moto agitato del pugnale stretto dalla mano) e la donna ai suoi piedi riversa, vista come di scorcio anche nella drammatica quanto fastosa contorsione del corpo baroccamente vestito di stoffe pesanti, quasi gialle. Così nel tono estremamente acceso del viso della donna sembra che Tiziano abbia voluto imprigionare un'autentica fiammata di fuoco.
L'ampia sebbene obliqua apertura del paesaggio e della scena che riprende in un secondo piano, come in aperta campagna,Tiziano ridà alla storia un tono e un accento quasi innocente, raggiungendo una musicalità limpida, dolce, primaverile. Questo affresco che Tiziano ha dipinto per la Scuola del Santo, non é poi, tutto sommato, come un'inutile impagabile gemma, nella nostra città (e non vogliamo alludere soltanto al suo valore culturale quanto o anche turistico)?
Siamo noi gli eterni brontoloni, o é la nostra cittadinanza (i giovani soprattutto) che sono come tenuti all'oscuro dei valori che hanno a portata di mano?

Tono Zancanaro