IL GIBBO

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Il Gibbo, satira del Ventennio, Vicenza, Neri Pozza, 1963

«Il Gibbo », per alcuni anni, è stato un personaggio di leggenda, Lo conoscevamo in pochi, dapprincipio; ma la cerchia andava sempre più allargandosi. E ognuno lo capiva e lo vedeva a modo suo. Per alcuni il « Gibbo » era la caricatura del tronfio Mussolini, il « gibbone » ridicolo, che pure riusciva ad angustiare la nostra gioventù. Per altri il « Gibbo » era il simbolo fallico di una società inquieta, che perdeva — ma anche riacquistava giorno per giorno i propri valori morali.

Per altri ancora il « Gibbo » era il serpentone riesumato dei salotti liberty, con tutte le implicazioni che il surrealismo vi aveva aggiunto.
Ognuno poteva intendere il « Gibbo » a piacer suo, perché il « Gibbo » era tutte insieme queste cose. Era come un'escrescenza di un corpo malato e il corpo era la realtà italiana sotto il fascismo. Ma il « Gibbo » era anche il «mostro » della fantasia liberatrice, cosicché le storie del «Gibbo » ci riportavano al mondo delle favole, con tanti divertenti particolari di trine e di fiorellini, di natiche e di oggetti volanti. Il « Gibbo » cresceva tuttavia e si gonfiava in una storia precisa, che è la storia di ieri vissuta ieri e non riveduta oggi. Tappa per tappa gli «storici avvenimenti» erano tradotti nel linguaggio del « Gibbo », con le parate, gl'incontri, i sogni, gli anatemi, le guerre. Il « Gibbo » pallone si esaltava. Da ultimo aveva preso tutto il foglio e si attorcigliava in smisurati congegni anatomici. Era certo che il « Gibbo » un giorno doveva scoppiare con grande fracasso. Lo aspettavano di giorno in giorno e via via che le storie del « Gibbo » diventavano più complicate e il grosso « Gibbo » rimaneva solo a rimpire la pagina e le mammelle e le natiche e i gamboní sostenevano la parte dei protagonisti, aumentava la fiducia nel crollo del « Gibbo », come si aspetta che un foruncolo marcisca e scoppi, a liberare l'organismo dal pus.

Il «Gibbo» era nato a Padova, nella cucina di Tono Zancanaro, in Via Baracca 2. I suoi genitori si chiamavano il «duce, capo del fascismo, fondatore dell'impero», la fantasia di Tono Zancanaro; e la Gibba Gaetana, di umili origini popolane, ma matta come una cavalla. Prima di conoscere il «duce» gli piaceva aggirarsi per gli splendori notturni di Pra' della Valle. Gli sembrava, quel parco, prima un giardino delle «Mille e una notte» con i profumi d'oriente sbarcati nella vicina Venezia e con le suggestioni morbide di corpi soffocati dalle vesti, all'ombra degli angioli del Santo e nello scuro dei portici delle vie senza rumori che non sia il battito del cuore sotto la luna. Ora però il parco, lo stesso adorato parco, conosciuto il mostro, diventava la foresta di Pier delle Vigne, con gli esseri straziati e innamorati che si lamentano nello stesso modo. Qualche sera delle più drammatiche, quando si chiudevano le porte delle case e si aprivano quelle dei carceri, il parco diventava la foresta di Macbeth, con i fascisti vestiti da streghe e i manganelli e i moschetti come scope. La fantasia di Tono, violentata dal «mostro» partorì il «Gibbo». Era l'anno 1937.

L'ambiente di Padova non era però soltanto quello delle scorrerie in Pra' della Valle, quello dei palazzi lunari che ritroviamo nelle incisioni e i disegni di Zancanaro. Padova non era soltanto il giardino di Armida, popolato di chimere. Tono Zancanaro, spinto da una straordinaria irrequietudine, si era messo a viaggiare, tanto che la sua Padova si arricchiva di mese in mese di tutti i ricordi etruschi, greci, egizii e romani, che questo pellegrino dei musei andava raccogliendo. Quanto più la sua condizione di povero lo limitava, tanto più la sua fantasia di uomo libero si arricchiva delle suggestioni di vita e di morte delle stanze funerarie degli antichi. Il suo ideale sarebbe stato di giocare sul mondo come le sue donne giocano sui globi a guisa di mondi.

A questa grande fantasia, a questa irrequietezza incantata della classicità e turbata dalle ossessioni surreali, si accompagnava l'ambiente di riflessione e di ricerca che si concentrava nell'Università di Padova dove un maestro, Concetto Marchesi, e uno studente, Eugenio Curiel, costituivano rispettivamente i centri di una ripresa intellettuale che avrebbe pesato per lungo tempo nel nostro Paese.

L'antifascismo di Zancanaro, che si esprime nella bizzarria del «Gibbo», ha dunque una radice culturale assai profonda e nessuno di noi ha mai considerato i suoi «Gibbi» come un divertimento, ma li abbiamo sentiti come denuncia acuta, intelligente commento all'insofferenza per il trionfo della dittatura del falso, del volgare, dell'ingiusto, una denuncia culturale.

Un anno prima i disegni picassiani «Sogno e menzogna di Franco» ci avevano impressionato. Ma quelli erano disegni dell'ira matura, disegni di una battaglia schierata, la guerra civile spagnola.

Certo, alcune radici del «Gibbo» nell'acerba satira surreale che, come una folla in rivolta, spalanca i cancelli della fantasia, sono ereditate dai disegni picassiani. Per ricercare alcune fonti, non possiamo neppure dimenticare l'opera precedente di un altro illustratore veneto, il trevigiano Alberto Martini che si era prodigato dal Tassoni a Poe a risentire, sia pure in eco floreale, le voci del passato nella acutezza del dramma moderno.

Ma la concitazione surreale di Alberto Martini, radicata nel gusto cosmopolita dell'epoca floreale, è sostanzialmente diversa dalla saggezza popolana, e classica come ispirazione, di Tono Zancanaro.

Del resto se Martini ha vissuto la sua gioventù nell'epoca di D'Annunzio, Zancanaro l'ha consumata nel momento storico in cui il dannunzianesimo si era esaurito nell'impero di cartapesta.
Così i contatti di Zancanaro, più che artistici, sono stati di avvicinamento culturale e, prima ancora che politici, simpatie morali, passioni ideali. A ripensare alla povertà di Tono in quegli anni, alla sua cucina padovana, alla sua mamma che sembra un personaggio del Pulci, ai suoi libri così varii mescolati ai rami incisi che costituivano tutta la sua vita, si comprende ancora meglio come il «Gibbo», questo mostricino che può sembrare soltanto un parto dell'ironia, era invece la liberazione fantastica, per Tono, dall'oppressione del fascismo e anche la sua manifestazione di lotta politica.

Sembra che in un periodo democratico una figura ironica come il «Gibbo» possa trovare posto ín una pubblicazione periodica, a commento di avvenimenti politici, di costume, di cronaca. Tuttavia queste figure, consunte dall'obbligo della ripetizione, si sfilacciano alla lunga, come vecchie lenzuola troppo usate.

Ben diversa l'immagine, che nata una volta dall'ira che si trasforma in ironia, ammansita dalla fantasia, rinasce ogni volta che piace all'artista, senza obblighi e senza controlli. Sentivamo, perciò, che quando Zancanaro ci mostrava un nuovo « Gibbo », era veramente un momento importante per lui e per noi e comprendevamo che egli riusciva insieme a partecipare alla battaglia antifascista e ad approfondire i contenuti della sua arte. Così la storia del «Gibbo» è stata insieme la storia di Mussolini e quella dell'arte di Zancanaro prima della guerra.

Son tanti anni ormai che il «Gibbo» è morto. Non gli hanno potuto fare i funerali, a quel « Gibbo » della nostra gioventù che s'ingrossava smisuratamente, perché è scoppiato; di quello non c'è rimasto più nulla. I nostalgici, che ci son sempre, non si sono però rassegnati. Hanno preso un serpentone che gli assomigliava e l'hanno imbalsamato nei salotti, come usava un tempo.
Zancanaro si è sempre più impegnato nel senso della realtà. Non si è messo, come hanno fatto altri, a commercializzare le sue fantasie di ieri. I suoi pellegrinaggi, che una volta erano soprattutto destinati agli amici, ora sono sempre più frequenti per i musei, le mostre, la conoscenza di paesi, il reincontro col popolo che gli vuol bene. Come uno zio che abbia tanti nipoti, Zancanaro si reca almeno una volta all'anno a trovare i suoi cari di Roncoferraro, di Capo d'Orlando, ecc. ecc.

Quante mostre ha fatto Zancanaro in questi ultimi anni ! Ogni mostra è un incontro, un regalo fatto ai più affezionati.

Intanto tra una «monda» e l'altra, tra un'«alluvione» del Po e un'altra, tra un viaggio in Cina e uno in Sicilia fatti con lo stesso spirito di lavoro e di conoscenza, anche Zancanaro è un po' invecchiato e, sempre dinamico, è tuttavia più disposto ai ripensamenti che alle prospettive, unica vera discriminante, anche fisica, tra la gioventù e quella che benevolmente si dice «maturità».
Nei ripensamenti entra, in prima linea, anche il « Gibbo ». Le trombe degli angeli controriformisti della chiesa padovana di Santa Giustina suonano come allora, nelle opere di Zancanaro, la sveglia della superstizione, la liberazione dalle angosce notturne e le sue strade a portico, sognate nei giorni di cospirazione, hanno conservato il fascino aristocratico di una fantasia che non vuole aggiogarsi all'informe.

Il «Gibbo» è ormai un personaggio storico. L'umanità ha dimenticato i suoi delitti e i giovani lo possono ormai vedere come un mostricino della fantasia.

Zancanaro potrebbe dunque ripubblicare i «Gibbi» non foss'altro che per dimostrare che è stato il primo dei fantastici, il non ultimo dei surreali, un poeta che ha incantato più di un'anima. Ma se fosse solo per questo, forse Zancanaro non li ripubblicherebbe.

La razza dei «Gibbi» non è morta e più la gente è disattenta più i «Gibbi» potrebbero ricrescere.

Forse ce n'è già qualcuno in giro, di nuovi «Gibbi», e Zancanaro ci mette all'erta, con una passione più riflessa, forse, ma altrettanto pura di una volta, la passione dei popolani che conquistano l'aristocrazia dell'ingegno.

Raffaele De Grada