Giotto e Padova

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Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980.

5Se per le persone di cultura e i competenti di tutto il mondo é cosa ovvia dire che il Giotto degli Scrovegni é il nucleo fondamentale e più poderoso e giunto a noi quasi interamente intatto dell'opera figurativa di Giotto, bisogna dire però che l'interesse dei nostri concittadini per il genio di Giotto, e le loro conoscenze, arrivano tutt'al più alla bella storiella dell'O perfettamente tondo, fatto di colpo, e a mano libera. Non c'é che dire: a parte quel poco di calore turistico che convoglia agli Scrovegni un po' di gente nei mesi di buona stagione, per il resto dell'anno la «chiesetta» di Giotto, come é affettuosamente chiamata dai padovani, resta ai margini della vita cittadina, tra l'indifferenza di cui é purtroppo circondata nel nostro paese ogni opera d'arte, sia pure ricca di profondi e vasti valori spirituali, e sia pure di immediato e quotidiano possesso com'é per i padovani il meraviglioso ciclo pittorico di Giotto! Sarebbe, tra l'altro, molto utile alla nostra città una maggior diffusione di letteratura giottesca, anche semplicemente informativa. Purtroppo, pare che i padovani (tra i quali operano a non fare altri nomi, un prof. Fiocco o un prof. Bettini), vogliano lasciare agli stranieri (o comunque ai «forestieri») il compito di far conoscere o comprendere l'importantissima opera di Giotto, che a Padova ha lasciato il meglio di se stessa.
Perciò riproponiamo dalla «Tribuna» questo tema di Giotto nella sua esigenza più propria, nella sola degna di questo nome. Siamo certi che può e deve sparire la quasi totale indifferenza che ancora circonda, qui a Padova, una opera ricca di valori inestimabili così generosa di bellezze pittoriche, e più ampiamente poetiche, che negli affreschi degli Scrovegni trovano uno degli esempi più ampi e sbalorditivi.
E ancora il problema, dunque, d'una impostazione culturale nuova veramente popolare, capace di abbracciare e interessare tutta la vita cittadina, la cui vitale esigenza ci auguriamo sempre che induca le nostre autorità cittadine ad abbandonare la proverbiale tirchieria con la quale trattano i fenomeni artistici (basta ricordare, tra i fatti più recenti, il deplorevole aumento apportato ai prezzi d'ingresso alla Cappella degli Scrovegni e al Museo). Solo ponendoci su nuove basi, veramente larghe, razionali e vive insomma, solo così ci sarà dato di sfatare l'opinione che la cultura e l'interesse per i fatti «superiori» dello spirito siano una questione di pochi individui previamente scelti dall'Ente che governa l'universo. Mettendo a disposizione per i fatti della cultura i mezzi finanziari sufficienti si supererà anche la insignificante e miserabile attività editoriale su cui poggia ancora la cultura artistica nostrana. Non solo infatti deve veramente rinascere (o nascere) l'interesse per la cultura e per quella cittadina in particolare, ma si dovrà pensare pure a quell'azione editoriale elementare e popolare che finalmente porterà sul fiume più largo possibile della cultura ogni cittadino capace di distinguere e sentire la bellezza della poesia.
E parliamo un po' di Giotto, finalmente, del Giotto «Padovano» degli Scrovegni, che é come dire della ragione stessa di questa nostra nota, e rubrica, cominciando magari con una parentesi tesa a giustificare la nostra definizione di un Giotto «padovano».
Due cieli di affreschi, di proporzioni poderose e di valore altissimo, conosciamo di Giotto, e sono quello degli Scrovegni e quello della chiesa superiore di Assisi (infinitamente più limitato, quello fiorentino di S. Croce.); ma il secondo si può considerarlo, nella sua situazione attuale, piuttosto come un totale rifacimento o quasi dell'originale, giunto a noi in condizioni pietose, da cui é resuscitato grazie all'opera di restauro che spesso ha dovuto rifarlo (esempio per tutti, la predicazione di S. Francesco agli uccelli) e comunque rimarrebbe, rispetto al ciclo degli affreschi di Padova, una grandiosa esaltazione della fantasiosità del genio di Giotto, tutto proteso, sembra, a fermare la infrenabile «tarantola» di misticismo di cui era ancora zeppo il principio del trecento, pure già decisamente avviato alla rinascenza.
Per il ciclo di pitture degli Scrovegni, realizzato in pochissimi anni all'inizio del 1300, sembra che il genio di Giotto abbia fatto una prodigiosa operazione per toccare un grado tanto alto di umanità e di semplicità, che ben rare volte è stato dato di raggiungere in tutta la storia delle arti figurative. Mentre ad Assisi sembra preoccupato di fermare e dare corso alle più infrenabili fantasiosità ancora medioevali, a Padova la sua mano prodigiosamente docile sembra muoversi in una materia di figurazioni di grande forza plastica, come obbligate a un numero essenziale in fatto di personaggi e di elementi naturalistici: poca terra, come chiusa a impeccabile distanza da un coronamento di nitide e geologiche montagne. Per la prima volta nella storia della pittura Giotto scopre il peso fisico degli oggetti, da un lato, e per altra via si serve del colore come del segno più limpido e cantante di una primavera eterna, sì che anche la poderosa e terrena fisicità delle persone e degli oggetti (« le persone di Giotto si possono toccare») dà al suo mondo pittorico come l'idea di una realtà cui più nulla manca. L'estrema semplicità e chiarezza e intensità dei colori primaverili e «fermi» cui Giotto ricorre per realizzare le sue composizioni, non é più, come in Cimabue e negli altri maestri precedenti, «stilizzazione» astratta della realtà, in cui il particolare viene scientemente eliminato come elemento estraneo (o terreno), ma una chiara quanto sapiente annotazione in sintesi d'ogni minimo «particolare» indispensabile a rendere naturali, vere e «vive», le persone vive, con tutto il carico di umani sentimenti e terrene passioni che di volta in volta la figurazione deve rappresentare.
Questo é il significato più importante della prodigiosa rivoluzione pittorica raggiunta da Giotto negli affreschi degli Scrovegni: dalle forme ancora ieratiche del suo grande maestro Cimabue, ancora come inchiodato alle medioevali figurazioni da finimondo, Giotto passava con estrema decisione alla più ampia e completa libertà di linguaggio.
Si può dire che quanto di tenebroso e medioevale restava ancora nella pittura trecentesca abbia ricevuto dall'opera di Giotto la definitiva e chiara liquidazione, i personaggi evangelici o bliblici di Cimabue in Giotto diventano le persone vive e reali della sua società, quella del suo cerchio limitato o quella più larga di tutto il suo popolo. E ancora Giotto che calerà nelle sue figurazioni i primi ritratti, e una visione realistica del mondo degli animali e delle piante.
La pittura di Giotto appare così come un'espressione fondamentale per la comprensione storica del suo tempo, in cui la società italiana si organizzava economicamente in forme moderne, e nell'ampiezza degli scambi commerciali e nel fiorire delle attività manifatturiere trovava i presupposti di quella libertà intellettuale che costituì la base dell'umanesimo rinascimentale.
Fu tanto nuova l'opera pittorica di Giotto da sbalordire letteralmente i suoi contemporanei. Ed é estremamente interessante per noi e certo meritevole di studio, il fatto che il momento più importante di questa rivoluzione artistica abbia avuto come teatro la nostra Padova.

Tono Zancanaro