Erano gli anni più neri

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Il Gibbo, satira del Ventennio, Vicenza, Neri Pozza, 1963

3Erano gli anni più neri della mascherata fascista; l'Abissinia prima, la Repubblica spagnola subito dopo. Il testone romagnolo sembra davvero mandato dalla Divina Provvidenza, proprio a noi italiani, per mettere a posto il mondo.

Gibbo, che non sbagliava mai, Gibbo, che aveva sempre ragione; che era tutti noi, Padre e Madre della Patria. E la canaglia nostrana a gonfiarlo senza fine. La patriottarda canaglia, diciamo, sottobanco aiutata e sostenuta dalla consimile gente di tutto il mondo. (Il gorilla teutonico era, tutt'al più, un concorrente di una specie anche più tetra).

Sembrava che il cielo stesso fosse preoccupato di far piovere sul grosso testone del gibbo romagnolo le più incredibili e inverosimili patacche e onorificenze.

Non c'è stato residuato reale e imperiale di tutto il mondo, con alla testa la brava chiesa (quanta acqua benedetta e santa è stata pro piziatoriamente rovesciata sul testone del Gibbo e su tutti i massacri perpetrati nel ventennio (Abissinia, Spagna) che non abbia voluto impataccare di qualcosa il nostro gibbone; e lui, il Gibbo della divina, a pomparsi in proporzione, ad ancheggiare pettoruto, a rovesciare occhi di fuoco, e paroloni senza fine, dal fatidico balcone.

Una perla tra le infinite donate al nostro paese dai venti anni di carnevale nero: le belle e baldanzose migliaia di preti più che qualificati, sfilanti nel mediterraneo saluto romano, il braccio alzato verso il finestrone. Benedicenti e salutanti; salutati e protetti — tutti in uno — dal Gibbone.

Il testone pareva proprio il personaggio simbolo, squisitamente italiano, diciamo dell'italietta, per l'occasione pure imperiale.

A tanta sbrodolatura latina bisognava trovare un nome che servisse da alibi; un vero nome, veramente suo. E Gibbo, come forma e come «suono» arrivò giusto giusto, a cavallo di una pellicola di I. Ford, che nel «Traditore» presentò un «gibbo» che pareva tagliato sulla misura del testone romagnolo (a dire il vero il gorilla rumoroso di J. Ford era un povero ubriacone, solo occasionalmente nero e protervo, che gonfiava e definiva se stesso solo quando si ubriacava).

C'è da dire due parole, finalmente, sulla «italianità» del Gibbo, e del Gibbonismo, che è come dire della casalinga qualità del fascismo (fenomeno europeo e mondiale, va da se, e tuttavia...) come era tipicamente teutonica la grinta del gorilla nazista, e come altre grinte razziste —come il sanguinario neo toro di cartone— potrebbero richiamare a echi gibboneschi (il vario ganghesterismo d'oltre oceano pare essere una miniera più tetra e generosa della stessa nazista), e tuttavia l'aria, la grinta e il quintalone sbrodoloso del Gibbo aveva ed è il calore, e vestito, che l'italietta patriottarda e filistea gli ha messo su, a nostro scorno, in tanti anni di savoiarda e orbopoetica aspirazione alla Nazione «che fa paura al mondo!». Quel certo amore per le parolone, per il gesto gagliardo, gli occhi sempre fissi in quelli del nemico... E Dio con lui!

Gibbo, il Gibbone che vede sente e pensa con le spalle; il Gibbone della cronica del ventennio è una perla tipicamente nostrana.

Tono Zancanaro