Testi di Tono Zancanaro

I tesori d'arte del Museo

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Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980.

5Il nostro Museo, come abbiamo già detto, é diviso in due sezioni, una formata dalle opere di proprietà del Museo stesso, l'altra costituita dalla «raccolta» o «lascito» del conte Emo Ca¬podilista. Già il solo fatto di questa assurda divisione (non basterebbe applicare opportunamente targhette sui dipinti?) si riflette in modo negativo sulla disposizione delle opere; ma il peggio é che mentre la sezione delle opere di proprietà del Museo é aperta al pubblico e agli studiosi, la raccolta Emo Capodilista è chiusa e ben tappata come se già non fosse convenientemente ordinata; eppure non sono poche le opere di buona pittura, e addirittura gli autentici capolavori, che in tal modo devono rimanere invisibili ai più a dispetto della ragione e del diritto alla vita delle opere stesse e con danno della cultura artistica.
E il caso di domandarsi: a chi, o a cosa, é da ascrivere questa stranezza? forse a quegli stessi eredi che vigilano sull'assurdo isolamento della collezione dalle altre opere?
Ma già che siamo sul tema delle incongruenze e ristrettezze cui é sottoposta la vita del nostro Museo, vogliamo porre una domanda che speriamo non resti senza risposta: quando potrà disporre, l'amministratore del museo, dei mezzi sufficienti alla riapertura della sezione della ceramica, di quella delle stampe, e della sezione archeologica? Pensiamo che dal Comune debba venire la prova di un minimo di buona volontà sotto forma di quei tali mezzi finanziari (e non si tratta di gran cosa) che soli possono dare la misura di questa buona volontà.
Ma è tempo che diciamo anche sommariamente delle opere stesse che arricchiscono il nostro Museo. Ne uscirà, ne siamo certi, un panorama senz'altro notevole, a dispetto della poca rinomanza, goduta dal nostro museo, presso la più gran parte della cittadinanza.
E inizieremo dalla raccolta o lascito Emo Capodilista, che comincia con una sala divisa in due, ricca di una serie stupenda di piccoli paesaggi del Diziani. Notiamo poi un bel ritratto del Porlus ed uno anonimo, del 1700, oltre ad una serie di fastosissime piccole battaglie con barocchi e caracollanti cavalli. E, via via, ritratti francesi, tra i quali un Luigi XIV fanciullo, e nature morte del Seghers, e due ritratti del Renieri. Poi, pure nella discendenza caravaggesca, un anonimo ritratto di singolare bellezza; e «il guerriero », ancora caravaggesco, attribuito a Salvatore Rosa; e opere e ritratti di Piero Vecchia e del Padovani e scuola, e della Scuola del Veronese, ed altre opere venete del XVI secolo. La saletta dei ritratti comprende un ennesimo buon ritratto di Paolo III papa, e tavole di fiamminghi del XVI secolo. Segue una saletta di «madonne» venete del XV e XVI secolo, e quindi, la sala degli stranieri, con un forte ritratto del Memling, e un ritratto tedesco di Carlo V, e il tizianesco ma gentile e sobrio ritratto muliebre di Irene da Spilimbergo.
Queste e altre opere veramente pregevoli costituiscono la raccolta Emo Capodilista, opere che in una più razionale distribuzione con quelle di proprietà del Museo, porterebbero ad una fisionomia insospettabilmente alta il nostro Museo cittadino, che in realtà possiede in quella raccolta il suo nucleo più poderoso, anche come qualità artistica.
E ci limiteremo ad un'elenco, per sé arido, di nomi ed autori e opere, capaci da sole di fare del nostro Museo un organismo di grande importanza nella vita artistica della nostra città e della regione.
In questa seconda sezione, si nota anzitutto un autentico Cristo del Giotto già agli Scrovegni, e poi le trecentesche tavolette di scuola veneziana. Indi le due salette del Guariento, questo fiabesco narratore cittadino tutto intriso di bizantinismi estremamente preziosi.
E ancora tavole veneziane del '300 e del '400, secolo quest'ultimo ampiamente rappresentato, non soltanto da opere autentiche del Giambellino e della sua scuola e seguaci, e dalla inverosimile quanto traballante pala dello Squarcione (gran maestro piuttosto di prospettiva e affarismo quanto scialbo operaio di pennello), ma soprattutto dai tre affreschi staccati del Mantegna, che danno un tono di singolare altezza a questa scuola del nostro rinascimento cittadino; e dallo stupendo affresco della Madonna col bimbo, già attribuito al mantegnesco Giorgio Schiavone.
Presente ancora questo secolo veramente prodigioso con una tavoletta di Jacopo Bellini, il «Cristo che scende nel limbo », e «Gli Argonauti », tavoletta Ferrarese ora attribuita al grande Roberti. Da ammirare ancora il ritratto virile già attribuito all'Antonello; per arrivare alle piccolissime e deliziose tavolette del Giorgione giovane, alle cassapanche staccate ora attribuite a Tiziano giovane, alle ultime opere del Bellini e dei suoi seguaci e imitatori, al ritratto muliebre di Palma il Vecchio.
Altre opere di notevole valore artistico, i rari visitatori possono contem¬plare nel nostro Museo: ricorderemo fra tutte «il giovane» Corta già attribuito al Torbido e ora al Morto da Feltre, che operarono nella grande sfera del Giorgione: é opera di singolare suggestione per le tonalità dorate e soffuse che tutto avvolgono. Ricorderemo infine le autentiche opere del Tintoretto e del Veronese, e i ritratti tizianeschi.
Non é del resto in questo luogo che dobbiamo fare né un catalogo né una monografica guida artistica del nostro museo.
Il nostro compito é di far conoscere alla cittadinanza quale tesoro possegga nel Museo Civico, e come da esso potrebbero irradiarsi nuovi stimoli di vita culturale e artistica.
Gli amministratori della nostra città dovrebbero capire che un po' di denaro speso per la vita del nostro Museo, per la cultura della nostra città può e deve essere considerata come una delle spese più positive e feconde di risultati.
Noi pensiamo che una certa attenzione da parte dei nostri amministratori unita all'azione coscienziosa che sta svolgendo il Direttore del Museo, e con utili iniziative che dovrebbero essere prese dalla parte più interessata della cittadinanza, potrebbe far sì che il Museo Civico entri a far parte, come elemento attivo, della vita della nostra città, laddove sinora non é che un cimitero di capolavori.

Tono Zancanaro

Il Mantegna degli Eremitani

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Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980.

5Cosa ci é rimasto del Mantegna degli Eremitani, del capolavoro giovanile cioé di questo genio del Rinascimento italiano, che é la maggior gloria della nostra città? Le bombe che in pochi secondi hanno semidistrutto la Chiesa degli Eremitani, ci hanno privati della maggior parte dell'opera sua. Ci limiteremo quindi a parlare di quanto ci é rimasto ed ha ripreso il posto naturale nella chiesa ricostruita, perché non servirebbe al nostro scopo (che é quello di avvicinare i padovani alle opere d'arte della loro città) parlare di ciò che non esiste più, se non in pallide riproduzioni fotografiche (del resto più utili degli incredibili quanto costosissimi affreschi restaurati).
Parleremo dunque dei tre affreschi rimastici, compiuti dal Mantegna fra il 1448 e il 1457.
Dell'Assunta, che degli affreschi rimastici presenta sicuramente una minore quantità di valori e interessi figurativi, accenneremo a quella che rimane la nota più suggestiva di questa pittura murale del giovane Mantegna: la rivoluzionaria invenzione del gruppo di apostoli, che sono autentici eroi terreni, prodigiosamente agitati e protesi con gli sguardi come con tutta la persona verso il miracolo di Maria che sale al cielo contornata dagli angeli: angioletti che nulla hanno però più in comune con i benvestiti angioletti dell'arte del più religioso quattordicesimo secolo. Ed é certamente per accentuare la sua impostazione tutta terrena, o umanistica, che il genio di Mantegna ha come raccolta l'Assunzione al cielo di Maria entro una perfetta apertura a pilastri, chiusa in alto con il classico arco a cerchio pieno perfetto, ellenisticamente ravvivato da eleganti rilievi come i due pilastri dell'apertura. Infinite innovazioni, innumerevoli invenzioni e rivoluzioni toccherà l'arte della pittura, in tutte le scuole italiane, e tuttavia questa Assunta del Mantegna degli Eremitani rimarrà per tutti il modello entro cui dovranno muoversi per raggiungere un risultato degno di volta in volta del loro tempo.
Il secondo affresco rimastoci é quello detto di S. Cristoforo Saettato. Questo affresco del Mantegna, come quello attiguo del Santo trascinato, é certamente l'ultima opera eseguita dall'artista agli Eremitani, e a vari anni di distanza dalle prime storie affrescate nella parete di fronte (del resto é ben documentata la reiterata presenza agli Eremitani del Mantegna a distanza di vari anni). In queste due figurazioni rimasteci, non soltanto le persone sono più vere, più naturali, ma queste opere conclusive del Mantegna si presentano con un accento particolarmente moderno.
C'é anzitutto l'invenzione tutta paesaggistica del pergolato, che permette al Mantegna di dare un tono infinitamente sciolto e vero al paesaggio, anche se sostanziato di case e campanili. Quanto poi ai motivi monocromi e scultorei che caratterizzano classicamente codeste case così nuove e rinascimentali, é da dire come sia stata una delle pagine più preziose del Mantegna, questa sua ambizione per le finte figurazioni in scultura, che, come per il suo maestro Donatello, gli prestavano l'estro per attingere fino all'impossibile alla sorgente dei suoi più veri maestri, gli artisti della prima classicità.
Tutto in queste pitture ci appare, per il suo tempo, opera d'un geniale innovatore, tutto é infinitamente più ricco, sciolto naturale e così particolarmente per la materia pittorica, divenuta più chiara, luminosa, cristallina nella ricchissima gamma che va dal grigio argento (questo colore così padovano) al più discreto quanto smagliante rosa conchiglia (ed é per giustificare quasi queste concessioni al colore che il Mantegna ricorre agli intonaci cascanti delle case).
L'uomo saettato, il presunto ritratto della Squarcione e il proprio autoritratto, come i tre gentiluomini visti di profilo sulla destra dell'affresco, sono particolari di una tale felicità e altezza stilistica da far pensare per il Mantegna agli ormai prossimi trionfi di Mantova.
Così dicasi per le figure principali del trascinamento del santo (questa mostruosa acrobazia prospettica del genio umanistico del Mantegna), e soprattutto, del gruppo che chiude l'affresco all'estrema destra, e del guerriero che con la destra si appoggia alla lunga lancia girando lo sguardo in terra e fuori della scena, e del giovane che sostiene la gamba massiccia e veramente pesante del santo. Quale esempio abbiamo, prima di questo stupendo ritratto di giovane del Mantegna, che ci possa riportare come di colpo e di incanto alle "storie" di Mantova?
Il palazzo arricchito dal pergolato, della storia precedente, si affaccia per buona parte su questa ultima storia, quasi da farne tutta una, almeno nella cornice, per continuare addirittura, grazie al ponte su triplice arditissimo arco, fino a fondersi col palazzo che sulla destra chiude la storia. Ma il particolare più interessante é forse la parata di gente la più varia con cui il Mantegna ha animato l'alto ponte a tre archi che congiunge i due palazzi. Questo motivo così veneto, così terreno, cosa realistico che il Mantegna per primo con chiara coscienza immette nell'arte pittorica, non sarà più dimenticato dai maestri della pittura veneta, e per tutti basti citare i due che sono anche i più lontani dello spirito plastico e fermo del genio del Mantegna: Paolo Veronese e G.B. Tiepolo.
Sarà altro il discorso formale che il Veronese un secolo dopo e più tardi il Tiepolo porteranno nelle fortune altissime della nostra pittura, e tuttavia é al Mantegna degli Eremitani, di Padova, che spetta anche questo grande merito, di avere cioè dato cittadinanza estetica anche ai fatti e particolari apparentemente meno importanti della vita del suo tempo.

Tono Zancanaro

Il Palazzo della Ragione

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Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980.

5Padova non sarebbe Padova il giorno in cui sull'animatissimo mercato cittadino non sovrastasse la Sala della Ragione, ovverossia il Salone come é ormai comunemente chiamato, severa quanto poderosa costruzione "rinascimentale" anche se la sua ossatura sia ancora decisamente romanica. Né é nato certamente così come lo vediamo attualmente, il nostro Salone, sia nella struttura interna come nell'esterna, quella fondamentale cioè (che noi sappiamo quale importanza aveva lo esterno di una costruzione architettonica per gli antichi). Così nemmeno si tratta, come potrebbe sembrare, di una stupenda "costruzione" di grande monumento fatto magari in gara con qualche coeva e "grande" costruzione consimile tirata su da una città vicina. I nostri padri erano troppo equilibrati in tutte le loro manifestazioni per poter pensare una qualsiasi costruzione o opera che sotto la bella forma, non contenesse l'aspetto utile, l'aspetto pratico e terreno dell'opera stessa.
Costruito nei primi anni del secolo XIII (1218-19 a credere a una lapide scritta dai nostri padri), da certo P. Cozzo da Limena, nel 1307 subisce una trasformazione profonda, per opera di Fra Giovanni degli Eremitani, già architetto della Chiesetta di Giotto degli Scrovegni e della bella e ariosa chiesa romanica degli Eremitani, ricostruita dopo lo scempio criminale subito durante la guerra per opera dei bombardieri alleati.
Non sappiamo con precisione come era la Sala della Ragione nella primitiva costruzione, che quasi certamente comunque doveva avere la pianta attuale, ma é certo che con Fra Giovanni degli Eremitani la Sala della Ragione diventa decisamente "Il Salone" per antonomasia, e un superbo salone sopraelevato quale tutt'ora pochi simili esempi, anche per capacità tecnica, può dare il mondo intero.
Anche per l'Eremitani non sappiamo, comunque, se nel progetto comprese le logge ad archi, primitivamente, sembra, a semplice forma di terrazze. Come non sono più nemmeno del XIII secolo i due lunghi e bassi portici laterali aggiunti attorno al 1465, non sappiamo per mano di chi, ma quasi certamente dal maestro d'opera del Comune dell'epoca (né dobbiamo troppo rallegrarci per quest'ultima aggiunta quattrocentesca dei due lunghi e bassi portici perché in realtà ha finito per allargare e appesantire troppo la base stessa del bell'edificio, certamente più snello ed elegante quando di slancio si elevava sulle basse logge del primo piano).
Sappiamo, del Salone, che nel 1756 (il 17 agosto per essere precisi) subì gravi danni durante un uragano, tanto da averne la volta del tetto semiasportata (ma subito dopo ricostruita). Più gravi conseguenze ebbe però l'incendio del 1420 che distruggendolo quasi completamente, polverizzò pure le decorazioni che Giotto, doveva avervi dipinto.
Comunque oggi il Salone, questa autentica "meraviglia" della nostra città (che servì da modello al grande Palladio per la costruzione della sua Basilica di Vicenza), ora é quello che é, ed ha quel poco di vita che la nostra sonnacchiosa società riesce a dargli (tanto che, ormai, solo e proprio le manifestazioni "più volgari", come i comizi politici, riescono a portare un po' di vita e un po' di sangue nuovo a questo nostro meraviglioso Salone).
Che non é nemmeno un vero Museo, come potrebbe essere se fosse organizzato in modo da valorizzare le decorazioni a fresco; né basta a ravvivarlo il così detto modello in legno del Cavallo di Donatello, che in realtà non é che una copia costruita per feste e tornei (e la cui testa fu ricostruita addirittura nel secolo scorso).
A chi spetterebbe il compito di valorizzare culturalmente (turisticamente é ben altra cosa) il nostro Salone, e le opere d'arte, sia pure minori, che lo decorano? Sappiamo bene, a chi spetterebbe, ma preferiamo intanto dire qui, anche succintamente, delle opere d'arte che ogni cittadino può ammirare in questa sala sopraelevata, che misura metri 28 circa di larghezza per 79 di lunghezza.
Accompagnate da un vero mare di simboli astronomici e astrofisici (segno questo di quanto forte fosse il sentimento della superstizione nel secolo d'oro della fede religiosa) coprono le pareti tutte le "storie" degli anziani, e degli apostoli, alternate, nei vari ordini, alle più disparate attività sia di pensiero che di opere fino al "gruppo" dell'uomo che si redime. Ricorderemo particolarmente il bell'affresco della Madonna in trono (che volge le spalle, per così dire, al "nuovo" palazzo municipale, che é del XVI secolo): affresco che ci sembra di bottega padovana vicina al Guariento; e le belle statue egiziane, donate a Padova, dal grande esploratore africano G.B. Belzoni; e, sul piccolo lato opposto, il busto cinquecentesco di Sperone Speroni, e il già ricordato cavallo in legno "di Donatello" come impropriamente si dice. Non vanno dimenticate le belle decorazioni a basso rilievo che ravvivano le logge, e i busti di Tito Livio, del Teologo Alberto da Padova, e di Pietro d'Abano, grande medico e filosofo padovano; oltre che di personaggi più recenti (come il Paleocapa ingegnere e uomo di stato), ecc.
Vorremmo ora dire due parole su un oggetto che se ora può semplicemente suscitare divertita curiosità, ha una storia e un significato che ci riporta di colpo alle origini e alla funzione profondamente sociale della Sala della Ragione.
Si tratta di una piccola, disadorna e scura "Pietra del Vituperio" che ora se ne sta in inutile tranquillità a pochi metri dalle statue dell'antichissimo e lontano Egitto.
Tutti sappiamo a che servisse questa bella pietra: il debitore, il bancarottiere acciuffato dalla Giustizia, ridotto in mutande e camicia, doveva sedersi e alzarsi tre volte di seguito e pronunciare ad alta voce una frase sacramentale, di fronte ai giudici e al debitore insoddisfatto.
Questa piccola pietra posta in un edificio così grande e severo ci sembra un segno d'una società sana, nella moralità pubblica e privata. Una moralità che non doveva esser troppo peggiorata dai tempi di Marziale, quando le fanciulle padovane erano ritenute esempi di castità...
Davvero il Palazzo della Ragione era sintesi e rappresentazione di tutta la società cittadina; ed era simbolo d'una società democratica. Non é senza significato il fatto che esso fu costruito dopo la vittoria dei Comuni sul Barbarossa, dopo cioè che Padova era diventata una città che poteva vivere e lavorare nella libertà. Era certamente la Padova di allora, una città assai più piccola di quella di oggi: eppure allora si pensò di costruire un salone lungo 79 metri e largo 28 metri, per permettere a tutti i cittadini di ascoltare e discutere le relazioni dei loro amministratori e capitani. Oggi, ai cittadini padovani sono destinati pochi metri quadrati nell'aula del Consiglio Comunale.

Tono Zancanaro

Il Museo Civico come termometro culturale

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Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980.

5Procedendo ad una sistematica disamina di quegli aspetti della nostra città che sono particolarmente significativi sotto il profilo artistico e storico, dedichiamo questa nota al Museo Civico. Ne risulterà, ci sembra di poter dire, l'estrema interdipendenza che corre fra il Museo cittadino e i suoi problemi e la vita culturale della città e dei cittadini tutti; ne risulterà pure, di riflesso, quello che dovrebbe e dovrà essere il compito e la responsabilità, in un campo così prezioso come quello della cultura, degli amministratori della città stessa.
Ma qui dobbiamo aprire come una parentesi, perché se dobbiamo trattare del nostro Museo Civico in tutto il suo aspetto, bisogna dire prima del Direttore che lo dirige, del responsabile maggiore e soprattutto il più diretto di questa istituzione e della sua vita.
Vogliamo dire del Dottor Prosdocimi, il giovane direttore di nomina piuttosto recente.
Chiusa la lunga parentesi della guerra, col Museo quasi abbandonato, il suo responsabile diretto si ritrovò in situazione quasi disperata: tutto il materiale da riordinare, secondo criteri finalmente razionali, e si trattava veramente di un complesso ragguardevole di opere di pittura, stampe, scultura e ceramiche, pressoché senza un soldo a disposizione, giusta la regola che per la cultura non si devono tirar fuori soldi. Ma un bel giorno il nostro Museo che sembrava diventato un angolo staccato del Cimitero, riaprì al pubblico le sue porte. Merito notevole, bisogna dire, del giovane direttore Prosdocimi, che con scarsissimi mezzi finanziari ha già fatto sì che la parte più importante del Museo  la vasta e preziosissima sezione della pittura  sia aperta al pubblico. (Peccato che in un'opera così egregiamente condotta nel riordinamento delle sale e delle opere, qualche lato delle nuove pareti presenti nella soluzione dell'angolo d'illuminazione naturale certe manchevolezze piuttosto serie, anche se, come crediamo, di possibile e più razionale soluzione).
Ma ancora due aspetti, e di non poca importanza, dobbiamo qui mettere in evidenza sul problema generale del nostro Museo. Il primo, che é di diretta competenza e responsabilità del Comune: e diciamo della parsimonia di mezzi finanziari messi a disposizione della direzione del museo per i lavori di restauro e ordinamento delle nuove sale, (comprese quelle che dovranno contenere le sezioni della ceramica e delle stampe). Sarebbe tempo, pensiamo, che a quasi sette anni dalla fine della guerra il Comune avvertisse questa sua responsabilità, avvertisse lo scandalo del Museo ancora semichiuso alle esigenze più varie della cultura, e cominciasse a pensare, il Comune, a farlo diventare un organismo veramente vivo anche di vita contemporanea, cioè degno di una città di cultura come é la nostra Padova. Dovrebbero cominciare a pensare, le nostre autorità del Comune, ad aiutare più concretamente la Direzione nella sua opera e fatica lodevolissima. Mentre é di ben altra natura il secondo aspetto che minaccia di fare diventare cronica una autentica stortura del nostro Museo. La Direzione del Museo per una clausola testamentaria stesa in tempi tanto differenti dal nostro, a circa un secolo di distanza, non può disporre liberamente, in senso storico e critico, della collezione lasciata in dono al Museo cittadino dall'allora conte Capodilista, collezione che conta opere pregevolissime delle varie scuole, soprattutto venete, francesi e fiamminghe.
Queste opere devono, secondo il testatore, restare sempre unite, e gli eredi dell'antico e nobile mecenate cittadino sono sempre col fucile al piede, sempre pronti a sfruttare a loro favore l'eventuale inosservanza di quella clausola.
Ne viene per il nostro Museo e a scorno del suo direttore (che in fatto di storia dell'arte ha invece le idee estremamente chiare) che le opere di pittura sono trattate e ordinate come si trattasse di due musei distinti; mentre invece dovrebbero essere ordinate, non secondo la loro provenienza (che é un criterio troppo estrinseco) ma secondo un criterio storico-critico. Nessuno meglio del Dottor Prosdocimi, del resto, sa che alle opere del lascito Capodilista spetta il tabellino col nome del munifico donatore.
E ritorniamo alla ragione particolare di questa nostra nota. Quale dovrebbe e deve essere il compito e la responsabilità culturale di una istituzione fin d'ora tanto rettoricamente decantata, di un istituzione così importante come é quella del Museo?
Ovviamente, nel vasto problema della cultura il museo comprende in giusta misura l'attività e funzione della scuola, dai suoi gradi minimi o elementari fino all'Università, che via via prepara e laurea le nuove generazioni. E non esitiamo ad affermare che il Museo, e la cultura artistica per eccellenza che ne é la diretta filiazione, é come il compendio e il termometro del grado culturale raggiunto, attraverso i vari gradi di scuole, da tutto un popolo. Non serve davvero cianciare dei valori più preziosi della cultura e della storia dell'uomo se la vita, come sta avvenendo nell'allegro nostro tempo e paese, se la vita deve ridursi ad un fatto negativo, pel quale il Museo é sinonimo di cimitero.
Vero é che nei paesi capitalisti la cultura, quella vera, come non ha prezzo, così non ha valore. E la goffa pretesa di organizzare in questi paesi, poderosi e importanti musei, rivela, in luogo di un interesse culturale veramente universale, un lustro di rifiuti.
Anche per la nostra città il Museo non solo deve cessare di essere un'istituzione quasi funeraria, che vivacchia alla giornata in offesa del povero e raro visitatore (una specie di pazzo, come é ancora considerato dal bel mondo latino il visitatore dei musei), ma deve finalmente aprirsi alle esigenze ed ai fatti vivi della cultura, della vita cioè, di tutti i cittadini, a dimostrare che una bella pittura o una statua, non solo non sono una cosa bella ma morta, da adattarsi a una parete, che é il destino di tutte le cose vecchie, ma valori estremamente vivi, non solo, ma motivo e mezzo di ricchezza, e non soltanto spirituale e culturale. Quale grado di decadenza abbia raggiunto la nostra classe dirigente, lo dice il fatto stesso della grama vita a cui é ridotto il nostro Museo Civico: che merita, ed avrà, un ben diverso destino.

Tono Zancanaro

La lenta distruzione di Padova

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Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980.

5Padova, come Vicenza e Verona, nelle due guerre mondiali ha subito, soprattutto nella struttura e nella fisionomia del vecchio centro, rovine irreparabili, anche se tutt'ora rimane come una delle più originali e severe città del nostro paese, che pure non manca davvero di città di grande bellezza e singolare valore architettonico. E non tanto si vuole ricordare, qui, la imperdonabile e cannibalesca distruzione aerea alleata del Mantegna degli Eremitani, quanto la distruzione di quelle strade lontane da ogni obiettivo militare che dai bombardamenti alleati hanno sofferto tanto da uscirne totalmente e forse irreparabilmente sfigurate; come la bella riviera Paleocapa, che soprattutto nell'ultimo tratto costituiva un autentico gioiello di strada fluviale settecentesca, in questa nostra Padova tutta svolta su forme e ritmi severi di città ferma e rude.
Ma Padova (in questo simile a Milano e Firenze; ambedue ferocemente offese e distrutte dalla guerra dei vari alleati o camerati e spesso in modo ignominioso: basti pensare alla zona del Ponte Vecchio a cavallo dell'Arno distrutta casa per casa con le mine), Padova deve le sue distruzioni più dolorose non tanto forse alle due guerre, quanto all'opera veramente inqualificabile dei suoi stessi amministratori che, con criteri degni di "talpe con occhi da bisonte" hanno via via realizzato quei tali piani regolatori che, in meno di un secolo, l'hanno privata di tanta parte della zona centrale che é come dire del cuore stesso, lasciandola, dall'altra parte, quanto mai inadatta al ritmo sempre più complesso e veloce della vita moderna.
Ne sono pochi "i rifacimenti" che, in meno di un mezzo secolo, Padova ha dovuto subire, a cominciare da quella specie578 di mastodontico "croccantone" che é il Palazzo delle Debite (dovuto al "genio" architettonico di Camillo Boito) che per nascere ha chiesto lo sfratto di tutto un blocco di case, tanto modeste quanto importanti nella loro autenticità cittadina. Così, ed é dal principio di questo secolo, é stato distrutto tutto il lato sinistro dell'arteria principale che dall'angolo del Gallo porta al Pra’, col confortante risultato che via Roma e corso Umberto restano tuttavia assolutamente insufficienti al traffico e alle sue esigenze attuali.
Milano, prima dell'eroismo tutto angloamericano che l'ha semidistrutta con un solo bombardamento, era già stata abbondantemente sfigurata e falsata dal piano regolatore che l'aveva ridotta a un informe e sconfinato agglomerato di palazzoni enormi, privi di stile e "fisionomia" degna di questo nome, svelando, del resto, il vero volto della classe dirigente italiana, inetta ad esprimere anche architettonicamente una personalità.
Eppure ancora dal principio di questo secolo era considerata, dalla parte più viva del mondo della cultura, una delle più originali, belle, e ospitali città italiane.
Così per Firenze: la feroce ottusità dei tedeschi ha certamente recato alla prodigiosa città toscana il danno che tutti sappiamo; tuttavia bisogna ricordare che é stato uno dei tanti pasti della falsa cultura indigena (falsa cultura quanto autentica e cosciente ribalderia speculativa) a privarla, con un piano regolatore di gran parte del cuore stesso della città, fino alla piazzetta del Battistero.
Inutili furono allora le proteste piovute da tutto il mondo perché fosse impedita questa vana stortura; l'andazzo dei tempi era favorevole (come alla bella epoca del "duce" che permise lo scempio del quartiere di S. Croce) ai distruttori più deleteri che il nostro paese abbia mai avuto.
Così, ancora, per Padova, alle cui molteplici distruzioni "regolatrici" del vecchio centro bisogna aggiungere lo scempio compiuto ai danni della stupenda piazza del Pra’, che nella seconda metà del secolo scorso ha avuto distrutto o sfigurato tutto un lato (ora occupato dall'inverosimile e proprio "bovino" Foro boario), oltre che al bel palazzo settecentesco demolito per dare posto alla pacchiana e falsa loggia Amulea.
Chi ha visto anche poche stampe del sette e dell'ottocento della nostra città può facilmente farsi un'idea del danno irreparabile che Padova ha dovuto subire dall'opera dei sui baldi Camilli Boiti di allora e di adesso, dei baldi architetti che sembrano decisi a vivere, almeno da un secolo a questa parte, solo per la gioia di servire, e col massimo vantaggio proprio, i baldi "amministratori" della nostra città.
Altro che risanamento igienico e urbanistico della città! Tutta la mastodontica corona di montagne di mattoni, che contorna piazza Insurezzione, é un documento impagabile (con la grande fabbrica della birra e relativo palazzone statuato e serio del birraio padrone) che indica da quali esigenze igenico-urbanistiche é nata e si é sviluppata la lenta distruzione della nostra città.
Non é da stupirsi, allora, se chi arriva a Padova da qualsiasi punto cardinale finisce per concludere una volta giunto al cuore della città, che la "piccola" Padova non è che poche "file" di portici, discreti di proporzioni quanto cadenti di vecchiaia, che manca di un vero centro, capace di dargli, in pochi tratti, un volto, una fisionomia, con i segni di un passato di storia e di cultura che la metta, come per il passato, alla pari delle città consorelle; a quelle singolari città "piccole" e venete che si chiamano Verona e, tanto più Vicenza.

579Ancora una considerazione, infine, vogliamo qui aggiungere, che é come il movente o ragione primi e d'arrivo di tutte le note che saranno dedicate a questo argomento che investe tutte le città, e che é, anche, una risposta anticipata ai professionali rinnovatori di città a tutti i costi: il secolo scorso, per la borghesia laica e liberale, é stato anche il secolo in cui ha avuto vita, con tante altre istituzioni culturali e formative, anche il "museo"; ebbene questa stessa società mentre si preoccupava di conservare gelosamente nei musei i valori via via creati dalla storia degli uomini, ogni giorno di più infieriva contro la struttura e la fisionomia delle città che a questi impagabili valori, raccolti nei musei, avevano dato vita.
Al criterio di "giungla" dello sfruttamento del terreno é tempo che i nostri "costruttori di distruzioni" sostituiscano concetti veramente nuovi, veramente urbanistici e culturali, capaci non di distruggere ciò che per altro verso si mette nel museo vivo dei valori più preziosi, ma di costruire la parte nuova e attuale della città, dove c'é tanta terra libera; ai margini cioè delle città stesse. Via Roma e Corso Umberto dovrebbero finalmente insegnare quanto ridicola e colpevole sia la pretesa di aggiornare razionalmente (distruggere cioè) una città antica e bella: la nostra Padova.

Tono Zancanaro

Giotto e Padova

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Tono Zancanaro: Padova. Belluno, Nuovi Sentieri, 1980.

5Se per le persone di cultura e i competenti di tutto il mondo é cosa ovvia dire che il Giotto degli Scrovegni é il nucleo fondamentale e più poderoso e giunto a noi quasi interamente intatto dell'opera figurativa di Giotto, bisogna dire però che l'interesse dei nostri concittadini per il genio di Giotto, e le loro conoscenze, arrivano tutt'al più alla bella storiella dell'O perfettamente tondo, fatto di colpo, e a mano libera. Non c'é che dire: a parte quel poco di calore turistico che convoglia agli Scrovegni un po' di gente nei mesi di buona stagione, per il resto dell'anno la «chiesetta» di Giotto, come é affettuosamente chiamata dai padovani, resta ai margini della vita cittadina, tra l'indifferenza di cui é purtroppo circondata nel nostro paese ogni opera d'arte, sia pure ricca di profondi e vasti valori spirituali, e sia pure di immediato e quotidiano possesso com'é per i padovani il meraviglioso ciclo pittorico di Giotto! Sarebbe, tra l'altro, molto utile alla nostra città una maggior diffusione di letteratura giottesca, anche semplicemente informativa. Purtroppo, pare che i padovani (tra i quali operano a non fare altri nomi, un prof. Fiocco o un prof. Bettini), vogliano lasciare agli stranieri (o comunque ai «forestieri») il compito di far conoscere o comprendere l'importantissima opera di Giotto, che a Padova ha lasciato il meglio di se stessa.
Perciò riproponiamo dalla «Tribuna» questo tema di Giotto nella sua esigenza più propria, nella sola degna di questo nome. Siamo certi che può e deve sparire la quasi totale indifferenza che ancora circonda, qui a Padova, una opera ricca di valori inestimabili così generosa di bellezze pittoriche, e più ampiamente poetiche, che negli affreschi degli Scrovegni trovano uno degli esempi più ampi e sbalorditivi.
E ancora il problema, dunque, d'una impostazione culturale nuova veramente popolare, capace di abbracciare e interessare tutta la vita cittadina, la cui vitale esigenza ci auguriamo sempre che induca le nostre autorità cittadine ad abbandonare la proverbiale tirchieria con la quale trattano i fenomeni artistici (basta ricordare, tra i fatti più recenti, il deplorevole aumento apportato ai prezzi d'ingresso alla Cappella degli Scrovegni e al Museo). Solo ponendoci su nuove basi, veramente larghe, razionali e vive insomma, solo così ci sarà dato di sfatare l'opinione che la cultura e l'interesse per i fatti «superiori» dello spirito siano una questione di pochi individui previamente scelti dall'Ente che governa l'universo. Mettendo a disposizione per i fatti della cultura i mezzi finanziari sufficienti si supererà anche la insignificante e miserabile attività editoriale su cui poggia ancora la cultura artistica nostrana. Non solo infatti deve veramente rinascere (o nascere) l'interesse per la cultura e per quella cittadina in particolare, ma si dovrà pensare pure a quell'azione editoriale elementare e popolare che finalmente porterà sul fiume più largo possibile della cultura ogni cittadino capace di distinguere e sentire la bellezza della poesia.
E parliamo un po' di Giotto, finalmente, del Giotto «Padovano» degli Scrovegni, che é come dire della ragione stessa di questa nostra nota, e rubrica, cominciando magari con una parentesi tesa a giustificare la nostra definizione di un Giotto «padovano».
Due cieli di affreschi, di proporzioni poderose e di valore altissimo, conosciamo di Giotto, e sono quello degli Scrovegni e quello della chiesa superiore di Assisi (infinitamente più limitato, quello fiorentino di S. Croce.); ma il secondo si può considerarlo, nella sua situazione attuale, piuttosto come un totale rifacimento o quasi dell'originale, giunto a noi in condizioni pietose, da cui é resuscitato grazie all'opera di restauro che spesso ha dovuto rifarlo (esempio per tutti, la predicazione di S. Francesco agli uccelli) e comunque rimarrebbe, rispetto al ciclo degli affreschi di Padova, una grandiosa esaltazione della fantasiosità del genio di Giotto, tutto proteso, sembra, a fermare la infrenabile «tarantola» di misticismo di cui era ancora zeppo il principio del trecento, pure già decisamente avviato alla rinascenza.
Per il ciclo di pitture degli Scrovegni, realizzato in pochissimi anni all'inizio del 1300, sembra che il genio di Giotto abbia fatto una prodigiosa operazione per toccare un grado tanto alto di umanità e di semplicità, che ben rare volte è stato dato di raggiungere in tutta la storia delle arti figurative. Mentre ad Assisi sembra preoccupato di fermare e dare corso alle più infrenabili fantasiosità ancora medioevali, a Padova la sua mano prodigiosamente docile sembra muoversi in una materia di figurazioni di grande forza plastica, come obbligate a un numero essenziale in fatto di personaggi e di elementi naturalistici: poca terra, come chiusa a impeccabile distanza da un coronamento di nitide e geologiche montagne. Per la prima volta nella storia della pittura Giotto scopre il peso fisico degli oggetti, da un lato, e per altra via si serve del colore come del segno più limpido e cantante di una primavera eterna, sì che anche la poderosa e terrena fisicità delle persone e degli oggetti (« le persone di Giotto si possono toccare») dà al suo mondo pittorico come l'idea di una realtà cui più nulla manca. L'estrema semplicità e chiarezza e intensità dei colori primaverili e «fermi» cui Giotto ricorre per realizzare le sue composizioni, non é più, come in Cimabue e negli altri maestri precedenti, «stilizzazione» astratta della realtà, in cui il particolare viene scientemente eliminato come elemento estraneo (o terreno), ma una chiara quanto sapiente annotazione in sintesi d'ogni minimo «particolare» indispensabile a rendere naturali, vere e «vive», le persone vive, con tutto il carico di umani sentimenti e terrene passioni che di volta in volta la figurazione deve rappresentare.
Questo é il significato più importante della prodigiosa rivoluzione pittorica raggiunta da Giotto negli affreschi degli Scrovegni: dalle forme ancora ieratiche del suo grande maestro Cimabue, ancora come inchiodato alle medioevali figurazioni da finimondo, Giotto passava con estrema decisione alla più ampia e completa libertà di linguaggio.
Si può dire che quanto di tenebroso e medioevale restava ancora nella pittura trecentesca abbia ricevuto dall'opera di Giotto la definitiva e chiara liquidazione, i personaggi evangelici o bliblici di Cimabue in Giotto diventano le persone vive e reali della sua società, quella del suo cerchio limitato o quella più larga di tutto il suo popolo. E ancora Giotto che calerà nelle sue figurazioni i primi ritratti, e una visione realistica del mondo degli animali e delle piante.
La pittura di Giotto appare così come un'espressione fondamentale per la comprensione storica del suo tempo, in cui la società italiana si organizzava economicamente in forme moderne, e nell'ampiezza degli scambi commerciali e nel fiorire delle attività manifatturiere trovava i presupposti di quella libertà intellettuale che costituì la base dell'umanesimo rinascimentale.
Fu tanto nuova l'opera pittorica di Giotto da sbalordire letteralmente i suoi contemporanei. Ed é estremamente interessante per noi e certo meritevole di studio, il fatto che il momento più importante di questa rivoluzione artistica abbia avuto come teatro la nostra Padova.

Tono Zancanaro